sabato 29 luglio 2017

1965- Quando "rapirono" l'angelo dagli occhi azzurri e i riccioli d'oro...

Il vicolo era animato come al solito, pieno di gente, indaffarate a riprendere la quotidianità del dopo ferie, in quella calda giornata di settembre, proprio per il viavai di una stradina strategica, ubicata nei pressi dell'ospedale civico.
Vico Cipresso tagliava la centralissima  piazza Cesaro, meglio conosciuta dai torresi come Santa Teresa, per immettersi nelle vicinanze della Posta e da lì ritrovarsi in via dei Mille.

Vico Cipresso, ex abitazione di Mario e Lucia Papa.

L'abitazione della signora Lucia era al piano terra, era posizionata con accesso immediato sulla stradina.
Bella coppia, la signora Lucia e Mario, suo marito, giovane maestro di pittura.
No, non era un disegnatore, ma neanche un semplice imbianchino.
La sua era "passione" per la pittura muraria ed artistica, era specializzato nelle decorazioni in chiese, statue, angioletti e cosi via. I suoi lavori non erano mai dettati a caso. Se qualcuno voleva servirsi della sua opera, spesso, doveva accettare i colori che lui sceglieva per l'ambiente, perchè erano quelli che riteneva adatti a migliorare l'estetica e l'armoniosità della casa. Altrimenti erano liberi di trovarsi un altro.
 Mario e Lucia si erano sposati un anno primo, e dalla loro unione era nato il piccolo Antonio.
Uno spettacolo di bambino.
Non si erano risparmiati i soprannomi per descrivere quel piccolo angioletto.
"Il bambino dai riccioli d'oro", "L'angelo dagli occhi azzurri e i capelli biondi", e cosi via.




Raccontano, ancora oggi, che venivano gente da diversi punti di Torre per poterlo ammirare.
Racconti di parenti, testimonianze di zie. Racconti di parte, forse.
Quella mattina, Lucia dopo aver preparato il piccolo, lo mise nel girello per farlo divertire, per occuparsi delle faccende di casa.
Verso le undici, si preparò per portarsi da Nunziatiello, serviva un pezzo di pane, di li a poco Mario sarebbe tornato da lavoro, avrebbero pranzato tutti e tre.
Nunziatiello, il miglior forno torrese, distava cento metri d casa, ad occhio e croce ci avrebbe messo cinque minuti per andare e tornare.
Nessun problema per il piccolo Antonio, sarebbe rimasto nel suo girello a divertirsi.
A guardarlo ci avrebbe pensato il vicino di casa. 

Lucia lo avvistò sull'uscio, aprendo la porta per uscire.
-"Armando, per favore, mi date un'occhiata ad Antonio che vado un momento da Nunziatiello?"
- "Certo Lucia, non ti preoccupare, ci penso io."
Bel personaggio Armando.

Era soprannonimato Armando "o pazzo", aveva la mania di portarsi sempre davanti a tutti con l'auto, sorpassando  quelli che lo precedevano. Chiunque.
Quando uscivano con l'auto di sera per una passeggiata, non era semplice stargli dietro.
Non era una passeggiata, era una corsa continua.
Erano amici di famiglia, ci si poteva fidare tranquillamente.
Cinque minuti passarono tra l'andata e il ritorno di Lucia.
Comprato il pane, prima di rientrare in casa, ringraziò Armando per il favore.
Appena rientrata, un urlo agghiacciante fece tremare gli abitanti del vicolo.
Il piccolo non c'era piu' nel suo girello!
Era sparito!
Lucia si portò immediatamente fuori, gridando .
"Armando chi ha preso il piccolo?"
"Nessuno Lucia, non è venuto nessuno!"
Fu un attimo!
La voce si sparse in un baleno!
"Hanno rapito il piccolo angelo!!!"
Giunse immediatamente il drappello di servizio  del pronto soccorso dell'ospedale, la folla iniziò a guardare ogni dove per capire come fosse stato possibile rapire un bambino dall'interno della casa con tutte quelle persone in zona.
Lo sconforto di Lucia era al massimo.
Nessuno si sapeva spiegare come fosse potuto accadere.
Il quel lasso di tempo, una mezz'oretta circa, quel vicolo divenne il fulcro della città.
Raccontano, sempre le testimonianze dell'epoca,  che erano talmente tante le persone che si erano accalcate nei pressi della casa di Lucia che dovettero bloccare l'accesso da ambo i lati.
L'intervento, quasi immediato, della polizia, rendeva ancora di piu' drammatico il momento.
Furono minuti di autentico terrore!
Chi era il bruto che aveva osato pensare e messo in atto un rapimento del genere?
Sicuramente qualcuno della zona!
Armando non sapeva come giustificarsi, non riusciva a darsi una spiegazione.
Alcuni lo additarono dell'accaduto.
Iniziarono a volare parole grosse.
L'agitazione era incontenibile.
Si erano fatte le undici e quarantacinque, quando all'improvviso...
All'improvviso, dal lato del vicolo opposto alla piazza Cesaro, si fece largo una donna, con in braccio un bambino, che avanzava tra la folla.
Subito si iniziò a gridare al miracolo, qualcuno iniziò ad acclamare la misteriosa signora come salvatrice del piccolo angioletto biondo.
Lucia, vista la scena, corse immediatamente verso la folla.
Era proprio il suo bambino!!!
Era tornato, ma... la donna???
ERA SUA SUOCERA, LA NONNA DEL BAMBINO!!!
Incredula del trambusto, la signora innocentemente ammise che il piccolo lo aveva preso lei!
Era passata di li per andare a salutarli ed entrando, non a
vendo trovato nessuno, aveva preso il piccolo dal girello e lo aveva portato a fare una passeggiata in via dei Mille, per poi portarsi di nuovo verso la casa di Lucia!
E nessuno se ne era accorto!!!
Alla fine, tutto è bene quello che finisce bene, anche se non furono pochi i rimproveri e le parolacce che vennero indirizzate alla nonna del piccolo bambino.
Concludendo questo piccolo racconto di un fatto realmente accaduto, vorrei salutare le persone che non ci sono piu' in questa vita terrena ma sono sempre vive nel mio cuore.
Mia mamma, Lucia.
Mio padre, Mario.
Mia nonna, Palma, nonna Palmina.
Si, il piccolo angelo dagli occhi azzurri e dai riccioli d'oro ero io...
Almeno posso dire, a distanza di cinquant'anni, che il Signore mi aveva donato la bellezza, mezzo secolo fa... :)


Mia madre Lucia, mio padre Mario, mia nonna Palma Nocarino, foto anni '90
 RINGRAZIO  PER LA PREZIOSA TESTIMONIANZA MIA ZIA ANNA MERLUZZO, SORELLA DI MIA MAMMA.

domenica 16 luglio 2017

LE FIGURE D'UN TEMPO- 1920, LA STORIA DI LUIGI MAGNAPEZZE .


 
1920- TORRE ANNUNZIATA- PIAZZA CROCE



 "Nel multiforme e variopinto alveare della nostra società, in questo immenso palcoscenico della nostra umana esistenza, insieme strana, incomprensibile, misteriosa; nel grandioso teatro della vita, in cui ognuno recita,  talvolta con destrezza e tal altra volta con malcelata malizia, la sua parte di personaggio vero o stantio, ci sono alcuni  individui che caratterizzano in maniera rimarchevole l'aspetto esteriore della società stessa.
Ciò era piu' frequente decenni addietro, quranta o cinquanta anni fa, quando le relazioni tra le famiglie, tra i vicini di casa o del vicolo non aveva assunto l'aspetto frenetico di oggi che gli impegni e le varie attività personali ci enucleano lentamente e gradualmente dal caratteristico  e tradizionale ambiente del proprio rione.
Per tale motivo, anche un povero derelitto, una persona al di sotto delle capacità normali di convivenza civile diventava allora oggetto di particolare attenzione, di riprovevole dileggio, che spesso rasentava la cattiveria, soprattutto perchè il "divertimento" si otteneva da qualcuno, già abbondantemente perseguitato dalla sfortuna.
Era proprio il caso di un certo LUIGI, che tutti, non conoscendone il cognome chiamavano "MAGNAPEZZE".
In verità, di pezze ne aveva parecchie sull'abito sporco e sfilacciato, in quanto la sua condizione di "uomo zero" non gli permetteva alcuna possibilità di disporre di uno meno sporco e meno liso. 
LUIGI abitava in un buio e sordido tugurio della zona del CARMINIELLO, che, all'epoca, non era stato ancora inviluppato dal fenomeno dell'urbanesimo, ma che, invece, costituiva ancora quella parte di campagna di periferia, verde di obertosa coltura orticola.
Chi lo incontrava per le vie della città, e non sapendo di trovarsi di fronte a LUIGI MAGNAPEZZE, aveva un momento di vera perplessità, dubbioso di trovarsi o dinanzi a uno dei soliti vagabondi o di fronte al grande artista CHARLIE CHAPLIN, il popolare CHARLOT,  in una delle scene dei suoi piu' apprezzati films del tempo, come "LA FEBBRE DELL'ORO" o "LE LUCI DELLA RIBALTA".
Aveva, il povero LUIGI, la medesima altezza e complessione del grande attore, i capelli incipientemente brizzolati, gli occhi espressivi e supplichevoli, il viso marcato e lo sguardo che rivelava la sua interna mestizia. Ai piedi due scarpe larghe, scucite e senza lacci, che, trascinate con rassegnazione, davano a MAGNAPEZZE, il tipico aspetto d'un clown di circo equestre. I suoi calzini erano quasi sempre differenti l'uno dall'altro e rotti in piu' punti, seminascosti da un paio di calzoni cascanti abbondantemente sulle scarpe malridotte. La giacca larga e con numerose toppe, gli scendeva dalle spalle.
Ma lo sfortunato LUIGI non se ne lamentava mai e, ironia del caso, accompagnava la sua profonda tristezza col "suono" di due pezzi di legno seghettato, su cui erano inchiodati alcuni dischetti di latta, che provocavano il caratteristico saltellio dei  noti piedigrotteschi SCETAVAIASSE.
Di tanto in tanto, egli si fermava nei vicoli o nelle piazzette della nostra città e, convinto, in cuor suo, di far della musica, stropicciava  un legno sull'altro, tentando alla buona un aritmico accenno di qualche motivo popolare in voga.
Un pò alla volta gli si facevano intorno alcuni ragazzini e qualche adulto, i quali gli rivolgevano parole non prive di scherno. Qualche ragazzo piu' audace, di quei monellacci che hanno caratterizzato tutte le epoche e tutti i quartieri, si portava dietro le spalle del povero "posteggiatore" e gli tirava l'orlo della giacca, facendolo barcollare un pò di qua e un pò di là.
Il misero LUIGI tentava di accennare qualche reazione, ma subito convinto della sua tristissima condizione di "UOMO OGGETTO" , fermava il suo naturale e istintivo impulso di rimenare quel cattivello, nella speranzosa attesa di avere qualche soldino dai presenti.
Anche se un simile spettacolo era ignominioso, per alcuni rappresentava pur sempre uno scherzoso trattenimento, anche se di pessimo gusto.
Ma non sempre era così.
Spesso la piccola folla che gli si radunava davanti esigeva la impietosa tortura di quel poveretto, la sua degradazione di essere  pensante, e meritevole di rispetto, seppur nella sua derelitta condizione.
Ed allora qualcuno, di quelli, e ce ne sono sempre, che talvolta abbandonano le sembianze umane per vestire quelle di belva, gli faceva balenare davanti agli occhi una lucida liretta di nichelino, che in quel tempo era molto per un povero diavolo, e nell'altra mano porgeva all'infelice LUIGI un ritaglio di stoffa qualsiasi, insomma una pezza.
 E quel povero uomo, reso avido dl conseguire quel desiserato "PREMIO" della lira promessagli, offriva agli astanti uno spettacolo pietoso, che a pensarci bene, assumeva tutto l'aspetto di una sadica pagliacciata.
Quel relitto umano introduceva in bocca una striscia della pezza di stoffa e man mano la masticava, fino a fare il gesto naturale di deglutirla.
Non era LUIGI un illusionista tanto da fare un gesto di magia nè cercava di nascondere entro la cavità orale quella striscia di  stoffa, perchè alla fine della ... deglutinazione egli spalancava la bocca, mostrando ch'era vuota.
Era possibile ingoiare della stoffa?!
E subito quel poveretto stendeva la mano per ricevere il prezzo dello... SPETTACOLO.
Da ciò tutti lo chiamavano LUIGI MAGNAPEZZE.
Poi egli riprendeva il suo strascicante camminare verso altre zone per altre ... esibizioni oppure per fermarsi in qualche cantina (rivendita di vino), a quell'epoca molto numerose nella nostra città. Ne usciva, rimettendosi i suoi STRUMENTI sotto l'ascella e ricominciando a stendere la mano per un pò di elemosina.
Forse il povero LUIGI chiedeva, in cuor suo, non l'obolo dell'elemosina, ma la carità umana, quell'amore fraterno, quel calore che promana il cuore e che pochi sanno donare ai propri simili.
Quel cencio umano, reso oggetto di scherzi malvagi ed impietosi, girò per molti anni nelle vie della nostra città, sopportando con molta rassegnazione la sua dura condizione di ... pagliaccio per necessità. Ed in quella sua forzata remessività, in quel suo sguardo implorante, egli forse elevava una muta condanna alla società, che talvolta  gioisce se tortura, che si esalta se umilia.
Un giorno, però, LUIGI MAGNAPEZZE non si vide piu' girovagare, nè di lui si seppe dove fosse andato o dove fosse finito.
Scomparve dalla scena cittadina, come il mimo scompare tra le quinte del palcoscenico.
Ma per lui non ci furono applausi."





           RACCONTO DI VINCENZO MISTRETTA

LA VOCE DELLA PROVINCIA
       22-12-1973       

domenica 2 luglio 2017

TRA PATRIZI E PLEBEI, IL RICORDO E LA STORIA DI TORRE ANNUNZIATA!

Questo articolo, straordinario, pubblicato sulla "La Voce della Provincia" del 1995, non avrebbe bisogno di nessun commento di introduzione.
Infatti, non riesco ancora a credere come sia stato possibile all'autore, Gennaro Fabbrocino, condensare in queste righe, alcuni dei suoi ricordi degli anni di gioventu', districandosi tra l'eterna distinzione che affliggeva, anche all'epoca, la nostra Torre Annunziata, e cioè la "distanza" tra i patrizi, i ricchi, i signori,  e i plebei, gli operai, i poveri.
I ricordi di Fabbrocino si concentrano sulle famiglie facoltose del tempo, lui dall'altra parte della barricata, riuscendo a farci vivere, come fosse oggi, quegli attimi, quei momenti rimasti impressi nella sua memoria.
E riesce a farci apprezzare, in forma diversa, quelle famiglie altolocate, facendoci scoprire come, già da allora, esisteva la "diffidenza", quasi la proibizioni, per i giovani figli dei signori, di oltrepassare la parte occidentale della città per portarsi verso il fulcro commerciale di essa, la zona orientale, fosse anche solo per andare al cinema o fare una passeggiata. Ancora oggi, come allora,
cento anni dopo, distinguiamo Torre nord da Torre sud...
Un passaggio significativo della grande personalità del Fabbrocino si ritrova quando, confrontando il diverso modo di condurre la vita sociale, egli riesce a trasmettere emozioni importanti nell'affermare che "...loro erano il nuovo, il moderno. Io non li invidiavo. Erano troppo distanti da me. Si invidia il vicino, non il lontano."
Ecco, questa testimonianza è bellissima. In queste frasi posso solo intuire che alcune delle prerogative che contribuirono al successo e al miglioramento economico e sociale della mia città, all'inizio del secolo scorso, siano stati il comportamento, il rispetto dei ruoli, l'intelligenza, il lavoro di Gennaro Fabbrocino e di tantissime altre persone come lui, umili e plebei...


GENNARO FABBROCINO





LA VOCE DELLA PROVINCIA -GENNAIO 1995




Erano gli Anni Trenta...       


Nella mia immaginazione di adolescente allevato in una famiglia operaia, una linea invisibile divideva il quartiere orientale di Torre da quello occidentale. In questo abitavano i signori, i rampolli della borghesia dorata, i distinti, gli eleganti: i Camera, i Giraud, i Carotenuto, i  De Simone, i Gerardi, i Pennasilico, gli Iacono, i Prisco, i Vitelli,  i Porcelli, i Vitagliano. 

A me apparivano come dovevano apparire, nella Roma dei Cesari, i patrizi togati ad un plebeo della Suburra. Spiccavano per posizione sociale, per censo, per educazione, per il linguaggio, per le abitudini di vita. Giocavano a poker. Facevano il bagno nelle acque esclusive del Lido Azzurro.

Erano il nuovo, il moderno. Io non li invidiavo. Erano troppo distanti da me. Si invidia il vicino, non il lontano. Quando Torre non era ancora un ibrido urbanistico e sociologico, quando i plebei erano plebei e i signori erano signori, i signori erano loro. Lo erano, non lo davano a vedere. Oggi il popolo borghesizza, il borghese di sinistra plebeizzano. Contemplavo loro, come l'astronomo le costellazioni.

I Camera. Tutti nomi propri bisillabi: Leda, Bina, Siro, Ivo, Rito. Solo un uomo dalla personalità potente, autorevole e costruttiva, ma anche estrosa poteva imporre tali nomi ai propri figli. Ogni mattina varcavo la mia linea immaginaria che coincideva col meridiano della Casa del Fascio, entravo nella... Città Proibita, dove era ubicato il Ginnasio e scorgevo il padre dei Camera. Sentivo l'impulso, non servile ma rispettoso, all'inchino. Lo reprimevo, perché l'imponente signore mi intimidiva. Abitavano in una casa che era un palazzo.


I  Giraud. Non sono mai stato un tifoso, non so perché, ma quando leggevo, nelle locandine esposte nelle vetrine dei negozi i loro nomi di battaglia, ebbene mi esaltavo: Giraudo I, Giraud II, Giraud III. Come una dinastia regale, I Giraud. Un ordine cavalleresco. I giostranti del campo Formisano. I campioni del Savoia.


La famiglia Jacono abitava in una villetta dell'Oncino, quando l'Oncino era un romantico villaggetto al margine del bosco Filangieri. Entravo nell'Oncino e mi sentivo un bracconiere, un violatore del blocco, un apolide. Arrossivo, passando davanti al portone (privato!) della villetta dove sapevo che abitava e Emmina Jacono che era alta, bionda botticelliana.


I Prisco! Erano l'aristocrazia ineguagliabile, inaccessibile. Sdegnavano il dialetto. Non tenevano mai lo sguardo rivolto al suolo. Indossavano eleganti calzoncini corti o pantaloni alla zuava. Davanti a Michele, ammutolito, perdevo la parola.

I pull-over e il trench che sfoggiavano i Carotenuto, i Gerardi, i Pennasilico, i Vitelli, i Porcelli! Portavano nelle strade l'ultima moda. Adoperavano stilografiche marca Parker. Sapevano tutto quanto attiene allo sport, al cinema. Non "scendevano" mai nel quartiere orientale, mai nella platea del Moderno o del Politeama. Guardavano i film dal loggione o dalle "barcacce". Chi sa quanti romanzi di Salgari e di Verne possedevano!

Quando incontravo nelle strade occidentali Bina Camera o Ermina Jacono o Cecilia Spanò (pompeiana iscritta al Ginnasio) mi confondevo. Mi intimidivano, mi facevano sentire plebeo, passando davanti a me come altere dee dell'Olimpo. Non erano nè alteri nè superbe,  ma solo diverse, distanti.

 Tommaso Hobbes, soffocato dalla disperazione, fa proprio il mondo di Plauto: " Homo homini lupus", ossia "L'uomo è un lupo per un altro uomo". Per lui, è lupo sia l'aggressore sia l'aggredito. Si riferisce all'uomo biologico (philum dei Vertebrati, classe dei Mammiferi, genere homo). È allo Stato leviatano assegna il compito arduo di impedire che i lupi si sbranino irrimediabilmente. Il classismo marxista, come ogni ideologia ribellistica, sdoppia l'uomo è colloca l'Homo lupus nella classe dominante. Riassunto epigrammaticamente, il materialismo marxista si condenserebbe nel motto "Dives lupis pauperi", ossia il ricco è un lupo per il povero.
Chi conosce i poveri, sa che, quando gli torna utile, il povero è un lupo per un altro povero. I poveri non sono quelli idealizzati da Dickens ho da Tolstoi, ma quelli realisticamente colti da Emile Zola, che non assolveva certamente la borghesia. La "cortina di ferro" che separa il Bene dal Male non passa tra le classi sociali (tra l'altro solo arbitrariamente delimitabili), ma dentro la coscienza individuale degli uomini, ricchi o poveri, patrizi o plebei, borghesi o proletari.

Ma andatelo a dire a Bertinotti...

 Per me, cominciò negli anni Trenta. Quando intrapresi il viaggio senza ritorno che ci fa emigrare dall'Eldorado della adolescenza. Purtroppo, preso il treno sbagliato. Per fortuna, sono sceso alla penultima fermata. A Damasco. Però, devo dirlo, anche quanto predicavo la lotta di classe, odiavo il capitalismo (inteso come una impersonale forma sociale) non i borghesi in quanto persone. Come odiarli? Sappiamo tutti che fu la borghesia occidentale a creare il "dolce stil novo", il Romanico, il Gotico, il Rinascimento, il Barocco. Sono le classi alte che nella storia, in tutte le epoche, creano e promuovono l'Arte. E il salario che esse pagano per il peccato originale della diseguaglianza sociale. È poco? L'unico rimedio alle inestirpabile sofferenza umana e l'Arte, che è inscindibile dalla Religione, perché solo la religione salva gli uomini dalla disperazione. Se fossimo tutti socialmente uguali, nessuno di noi sarebbe un artista.

Il Bello della mia adolescenza fu incarnato dai miei coetanei di ambo i sessi, che erano diversi da me: i Camera i Carotenuto, i De Simone, i Giraud, i Gerardi, gli Jacono, i Pennasilico, i Prisco, i Porcelli, i Vitelli, i Vitagliano. Essi fecero palpitare il mio senso estetico. Il passato è più importante del futuro. Siamo quelli che fummo. Scorre il tempo, non il nostro essere interiore. Semmai scorrono e passano, nell'alveo immutabile della nostra psiche individuale, le idee politiche, le mode letterarie, gli hobby.
 Dicono che il tempo proceda come una freccia, che la vita è simboleggiata dalla semiretta. A me sembra, a volte, che la mia vita sia stato un percorso circolare. Avvicinandomi alla fine terrena, mi ritrovo nello stato emozionale degli indimenticabili Anni Trenta. Scendendo a Damasco, ho ritrovato la situazione esistenziale dalla quale ero partito. Com'era bella Torre Annunziata nel 193?..