domenica 15 ottobre 2017

20 OTTOBRE 2017- E' PRONTO IL SECONDO VOLUME!!!

Alla fine, quello che conta, è essere soddisfatti di quello che si è fatto.
Ormai mancano solo alcune ore e poi, finalmente, il nostro tanto atteso volume, il secondo, riguardante episodi e fatti trascorsi nella nostra citta di origine, Torre Annunziata , vedrà la luce.
Sono trascorsi due anni da quel 2015 in cui, assieme al mio infaticabile compagno di viaggio, concordammo di ricercare e raccontare ancora tante altre notizie ed episodi tratti dal mondo della carta stampata che riguardasse la nostra amata città.
Avvenne la sera stessa di quella presentazione, in Biblioteca Comunale.
L'affluenza delle persone che parteciparono all'evento ci spinse a riallacciare immediatamente il rapporto con il mondo degli archivi e quello del web, al cui interno sono conservate "memorie" che, attentamente spulciate, riportano a tempo immemorabile.
Lo dovevamo alla nostra città, lo dovevamo ai nostri amici, lo dovevamo a noi.
Alcune centinaia di copie stampate vennero esaurite in poco tempo.
Ne rimasero solo alcune che conserveremo per raccontare, almeno da parte mia, il nostro piccolo percorso di provetti scrittori ai nostri nipoti, con orgoglio.
Quella sera, un cenno di intesa tra noi due, sancì l'immediata partenza per la prosecuzione di quel progetto, con la realizzazione del  secondo volume.
Ad una condizione.
Che i fatti narrati, gli episodi descritti, fossero di assoluto interesse per i nostri lettori, in grado di raccontare l'evolversi, sia dal lato positivo che dal lato negativo di Torre Annunziata.
E diversi articoli pubblicati meritano una rilettura da parte del pubblico torrese per riscoprire e rendere omaggio a persone che meritavano un miglior riconoscimento per le loro azioni.
Pensiamo a Matteo Galdi, sindaco di Torre Annunziata, il  quale salvò da morte certa  migliaia di cittadini, quasi tutti di Torre del Greco, rifugiatisi presso di noi a seguito della violentissima eruzione del Vesuvio del 1861.
Nessuno aveva messo in risalto la sua azione nel corso dei due secoli scorsi, la sua opera benefica venne riportata da uno storico giornale napoletano, scritto in dialetto.
Oppure possiamo pensare al vice console dello Zar di Russia, Alexander Derevitsky, con la sua azione di rappresentante di quel grande paese, alle prese nella nostra città con il commercio del grano e i rapporti, molto personali, con i nostri industriali dell'arte bianca.
Anche su di lui siamo riusciti a svelare un segreto che deve averlo segnato per tutta la vita, per l'amore e la compassione con cui ha seguito e fatto tumulare, nel nostro cimitero, la sua amata e misteriosa "contessa russa".
Per non parlare, poi, di Ercole Ercole, di Vito Sorrentino, figli di Torre Annunziata, o del Maggiore Pietro Toselli,  l'eroe di Amba Alagi, che nella nostra città era passato da giovane nel riordino della Real Fabbrica delle Armi.
Tante storie di tempi andati ma anche tante riguardanti la fine dello scorso secolo.
Tra queste, i ricordi del club del "Giovedì sera", fondato tra gli altri dal dott. Mario Ricciardi, con la presenza di artisti assoluti della cultura oplontina e nazionale, tra cui Michele Prisco, Peppe Viola, e ospiti settimanali del calibro di Aldo Fabrizi, Alberto Sordi, Ave Ninchi, ecc.
Tutte storie che abbiamo ritenuto opportuno inserire per fotografare la realtà di una meravigliosa città che ci rende orgogliosi per la passione, la capacità, l'ingegno, il coraggio, con cui ha cercato di  combattere il naturale disperdersi di forze positive iniziato nel secolo scorso con la crisi dell'arte bianca.
In fondo, questo secondo volume, lo abbiamo fatto anche per noi che viviamo in una realtà completamente diversa, figlia dell'emigrazione e del rimpianto, per quello che doveva essere e non è stato.
Scrivere di Torre Annunziata è una necessità,  una condizione di benessere che da vitalità alla nostra abitudinaria azione quotidiana. E' come inserire linfa e ossigeno all'interno del nostro organismo, per rigenerarci.
E per questo possiamo ritenerci soddisfatti per il triplice obiettivo raggiunto: per la memoria della  città, per i nostri amici e per noi stessi.
Alla fine, come dicevamo all'inizio di queste note, l'importante è essere soddisfatti di quello che si è fatto, e noi lo siamo.

Vi aspettiamo.


sabato 30 settembre 2017

VINCENZO, AL POSTO SBAGLIATO NEL MOMENTO SBAGLIATO.




Nella caserma di Via dei Mille, l’ordine arrivò dall’alto, direttamente dal Capitano della compagnia di Torre Annunziata.

Gabriele Sensales fu categorico.

La piaga degli scippi, perpetrata negli ultimi anni in modo massiccio sul suolo oplontino, doveva essere stroncata.

 A fronte dell’elevatissimo tasso di crimini commessi in quegli anni,  si decise di intervenire in maniera piu' energica sul controllo e il fermo  dei giovani che, a seguire, avrebbero ingrossato le fila della malavita torrese.

Erano tutti noti alle forze dell’ordine, schedati.
Tra loro tanti tossicodipendenti, troppi.

La giovanissima età giocava a loro favore, non era semplice bloccarli tra le vie e vicoli della città durante la fuga.

E poi, con tutti gli omicidi accaduti in quegli anni, chi si andava a preoccupare di fare la guerra agli scippatori?

Sensales ci  provò, anche  perché il problema scippi era divenuto insostenibile.

Decine di persone al giorno, soprattutto signore anziane, erano rimaste vittime di questi episodi vergognosi.

Vennero inviati tre giovani carabinieri a presidiare le zone “calde“ , in particolare nel centro storico.

Tra “a sces a Nunziata”  (Via Alfonso De Simone) e “miez a Ferrovia” (Piazza Nicotera) si concentrarono gli sforzi dei militi.

Le rampe ai lati dell’ex Cineteatro Metropolitan erano i luoghi preferiti per portare a termine l’agguato.

Lunga serie di scale che portano verso la zona marina, comodissime per chi deve spostarsi dal centro verso il mare.

L’azione del gruppo di turno era sempre  fulminea, rapidissima.

Il copione, scontato, non avrebbe dovuto prevedere intoppi.

Che fosse a piedi, o seduta comodamente in macchina, difficilmente la vittima avrebbe avuto scampo.  

Di solito, si seguiva per qualche metro la vittima designata, solitamente donna sola, anziana, con in mano la sua borsetta.

Uno strappo violento, una spinta, spesso la rovinosa caduta della poveretta con conseguenti escoriazioni, se non addirittura qualche frattura. 

La borsa, veniva  frettolosamente svuotata delle poche migliaia di lire e qualche oggetto piu’ o meno di valore, e successivamente buttata  nei pressi delle rampe, in modo da permettere ai soccorritori di far ritrovare almeno le chiavi e i documenti della sfortunata.

Devo dire in verità che, abitando in zona e iniziando a lavorare presto al mattino alla fabbrica del ghiaccio, avrò recuperato almeno una decina di queste borse e rintracciato i proprietari per ridagli quello che era rimasto.

Quella mattina di Agosto del 1984, il giovane carabiniere, proprio all’altezza del Metropolitan, aveva notato i movimenti sospetti dei due giovani seduti in sella ad una “Vespa”.

Essi si accostavano alle portiere delle auto in coda in quel tratto di strada,  perennemente trafficato, in attesa di trovare il momento giusto.

Il carabiniere si avvicinò alla “Vespa”, pronto ad intervenire, appena fosse scattata l’azione furtiva dei giovani.

Sapeva che sarebbe successo, bastava attendere solo qualche secondo.

Egli sapeva che il ragazzo seduto sul lato posteriore del mezzo, sarebbe sceso per prendere la borsa e scappare per quelle rampe, dove lo aspettava il complice con la moto.

Sapeva, il milite.

Preparò l’azione di difesa, impugnò la pistola d’ordinanza, una Calibro 9 automatica, colpo in canna.

Tutto avvenne in trenta secondi.

Lo scippo.

Il carabiniere che blocca il ragazzo.

I due rotolano a terra.

Lo strappo del ragazzo al braccio destro del carabiniere.

Un colpo secco.

Dieci metri.

Era questa la distanza tra il colpo partito dall’arma del carabiniere e Vincenzo Coppola.

Vincenzo stava tranquillamente parlando con il padre, fermo davanti al negozio di calzature “ Pacifico”.

Era al posto sbagliato nel momento sbagliato.
 



Vincenzo cadde al suolo, un solo colpo, alla fronte.

Tutti scapparono, rimase solo il carabiniere che aveva bloccato il giovane ladro.

Arrivarono due auto dei carabinieri in un minuto.

Furono momenti di altissima tensione, le forze dell’ordine faticarono non poco per recuperare il collega e portarlo via da lì.

Il giovane ladro, diciasettenne, venne anch'egli portato in caserma dove ammise di aver partecipato allo scippo.

Vincenzo rimase a terra, ancora per diverse ore, in attesa delle perizie e dei rilievi.


 Aveva 32 anni, era sposato e aveva due figli, la moglie era in attesa di un terzo.

Lavorava all’Italsider di Bagnoli da un paio di anni.

Quando avvisarono la moglie della tragedia, la poveretta svenne.

Tra tutta la folla presente, in quel terribile giorno, gli inquirenti non trovarono un testimone oculare.

I funerali si svolsero un paio di giorni dopo, questa volta invece, con grande partecipazione.

Nell’opinione pubblica torrese Vincenzo Coppola venne archiviato presto, quasi subito.

Rimase nel cuore dei suoi familiari ed amici.

Qualche giorno dopo il suo funerale, avvenne la strage di Sant’Alessandro.

L’operazione antiscippo venne sospesa immediatamente.

C’era ben altro da combattere.

Era la Torre degli anni Ottanta.

Si moriva anche cosi, all’improvviso, senza una ragione.

Bastava poco.

Essere al posto sbagliato nel momento sbagliato. 

 

domenica 27 agosto 2017

1974: IL LUPO MANNARO DI TORRE ANNUNZIATA!!!


 Ripropongo, a distanza di due anni, questa storia raccontata da Acido Zuccherato sulla pagina Facebook "Racconti e ricordi di Torre Annunziata", nella speranza che altri amici e amiche che hanno il piacere di leggere questo blog, ci aiutino a fornire ulteriori particolari per capire come si concluse l'incredibile  vicenda. Posso assicurarvi che quello raccontato è tutto vero, come confermarono all'epoca diverse persone che intervennero nella discussione. Nessuno, allora, seppe dare una giustificazione plausibile di quello che successe in quel 1974.
Magari oggi qualcuno ricorda...       

"ATTENZIONE:
quello che cerco ora di approfondire nelle storie torresi, non è una storia di fantasia ma realmente di quanto accedeva per molti mesi nel 1974, quartiere Oncino, dove ho abitato per un bel pò di anni.
All'epoca avevo 13 anni e fra noi ragazzi di quel tempo iniziò a circolare una voce dove si diceva di un uomo che abitava nella stessa zona, in determinate notti costui si trasformava in lupo mannaro, lui scendeva in strada ed emetteva un ululato simile a quello del lupo.
La voce diventava sempre più insistente, al punto che anche gli adulti che avevo modo di incontrare dall'ortolano o dal salumiere, parlavano fra loro dell'argomento, testimoniando che nella notte precedente l'avevano sentito.
La vicenda oramai prendeva sempre più rilievo, e seppur ero un ragazzino non mi lasciavo influenzare dalle dicerie che c'erano in giro.
Una notte però ricordo chiaramente, mi svegliai poco dopo le 3:00, e ad un tratto il silenzio della notte fu squarciato fortemente da un lungo ululato
di un lupo, non vi immagino il gelo che mi attraversò in quel medesimo istante in cui udii quel suono terrorizzante; infatti il giorno dopo ennesima testimonianza di altra gente che avevano simultaneamente udito quello che avevo sentito io.
Ci fu anche un signore sui 45 anni (purtroppo oggi non più in vita), che testimoniò di essersi affacciato alla finestra del terzo piano,
e vedendo una figura umana camminare con le sembianze nettamente mostruose, questo signore ne rimase scioccato al punto di
beccarsi un altissima influenza nervosa.
Oltretutto anche altri furono i testimoni visivi che nelle notti successive videro il "mostro", e anch'essi ne rimasero scioccati fortemente.
Poi non si seppe più nulla.
QUALCUNO DI VOI RICORDA? RACCONTATE.
Non è una balla ciò che ho scritto, GIURO !!!"



sabato 26 agosto 2017

TORRE ANNUNZIATA. LA STRAGE. LE FOTO ESCLUSIVE.


AMICI LETTORI, UNA SORPRESA DAVVERO INASPETTATA E INCREDIBILE.
IN ESCLUSIVA PER IL BLOG "TORRESI MEMORIE" TRE IMMAGINI CHE RAPPRESENTANO IN PIENO IL TRAGICO GIORNO DELLA STRAGE DI SANT'ALESSANDRO A TORRE ANNUNZIATA IL 26 AGOSTO DEL 1984.
SONO IMMAGINI ASSOLUTAMENTE NON PRESENTI IN RETE, FRUTTO DEL LAVORO STRAORDINARIO SVOLTO DA UN AMICO CHE DA TEMPO SI STA RIVELANDO UN PROFONDO CONOSCITORE E SPECIALISTA DEL MESTIERE DI GIORNALISTA,  CRONISTA  E FOTOREPORTER PROFESSIONALE.
NON AGGIUNGO ALTRO.
QUESTE IMMAGINI TRATTE NELL'IMMEDIATEZZA DELL'EFFERATO, TRAGICO MOMENTO, SUSSEGUITOSI ALLA SPARATORIA, PARLANO DA SOLE.
RINGRAZIO DI CUORE L'AMICO FRANCESCO PER LA PASSIONE  CON CUI CONTINUA A  PRIVILEGIARE QUESTO PICCOLO BLOG CITTADINO CON NOTIZIE E FOTO ASSOLUTAMENTE STRAORDINARIE E MERITOVOLI SICURAMENTE DI PIU' AMPIO PALCOSCENICO E CONDIVISIONE.. 





 

venerdì 25 agosto 2017

TORRE ANNUNZIATA, LA STRAGE DI AGOSTO. RICORDI.

Domenica di agosto, 1984.
Una domenica come le altre, era il 26.
Faceva caldo, non ero andato al mare, lo facevo molto raramente.
Come era solito, la domenica mattina verso le dieci, mi ero recato al mio punto di riferimento, il "Club dei Fedelissimi", covo della tifoseria organizzata del Savoia. Ero solito portarmi giornalmente in quel circolo, situato nel bel mezzo di Via Garibaldi, più comunemente detto "vico di San Gennaro".
Andava ad iniziare la stagione calcistica  del campionato Interregionale ed, essendo le formazioni ancora in fase di rodaggio, si preparavano le prime partite valevoli per la Coppa Italia.
Erano momenti importanti, si organizzavano le trasferte, non sempre in posti vicini.
Dopo aver trascorso gran parte della mattinata a discutere dei dettagli sul come affrontare la gara prevista in settimana, accadde un fatto curioso che, come scoprimmo poco dopo, avrebbe inciso profondamente nella storia e nella cronaca di questa nostra città.
Era da poco superato mezzogiorno.
Da un'auto in corsa, il rumore di un clacson, suonato in modo incessante, "avvisava" che si stava trasportando un ferito al pronto soccorso dell'ospedale Civico, sito in piazza Cesaro, "miez' Santa Teresa".
In un primo momento ci sembrò anche abbastanza normale.
Era solito il trasporto di feriti, o presunti tali, presso il nosocomio torrese da parte di automobili che procedevano in senso opposto alla normale  direzione di marcia, provenendo dalla zona sud del corso principale, Corso Vittorio Veneto, verso la zona nord.
Pensammo a qualche pedone investito, oppure un natante che si era sentito male. Magari un malore per il caldo torrido.
L'auto che trasportava il ferito, una "112" di  colore rosso, era guidata da un comune conoscente.
Dal "vico San Gennaro", dove era raggruppato il nostro gruppo di amici, la vedemmo sfrecciare a tutta velocità.
Non eravamo ancora consci di quello che era successo pochi attimi prima, a duecento metri di distanza.
Restammo ancora lì, tra di noi, a parlare di pallone, giocatori e squadra.
Passarono 3/4 minuti, non di più, e ancora il clacson dell'auto che era salita verso l'ospedale, ma questa volta scendeva giù per il Corso, ci ripassava davanti .
Ancora un paio di minuti ed eccola di nuovo ripassare per  trasportarsi nella folle corsa verso l'ospedale, con altri feriti a bordo.
Mi sembrò che erano due o addirittura tre i feriti a bordo questa volta.
A questo punto, dopo che erano passati non più di dieci minuti dall'accaduto, incominciò a spargersi la voce che c'era stata una sparatoria in Via Roma, con diversi morti e feriti.
Sorpresi per la gravità delle prime testimonianze che giungevano, frettolose e incerte in verità,  assieme a miei due amici decidemmo, con un poco di timore, di andare a vedere cosa fosse successo e ci incamminammo da Piazza Croce per portarci verso la Chiesa di San Francesco.
Arrivammo con molta difficoltà all'altezza di Via Bertone, mentre il fuggi fuggi generale continuava ormai da diversi minuti.
Fummo bloccati da macchine della polizia che nel frattempo stavano intervenendo dalla sede del loro Comando in Corso Umberto,  sulla scia di quella "112" che per prima aveva portato aiuto ai feriti della sparatoria.
Solo allora iniziammo a intuire la drammaticità dell'accaduto.
Alcune persone, proveniente dalla parte di Via Roma, dove si presumeva che ci fosse stata la sparatoria, parlavano di diversi morti  e di altrettanti feriti che erano ancora in attesa dei soccorsi.
Restammo circa dieci minuti bloccati in quella posizione, poi,  decidemmo di aggirare la Chiesa di San Francesco, per andare dal lato opposto, per portarci all'altezza di Via Filippini, dove oggi sorge un attrezzato centro medico.
Anche da quella posizione era impossibile andare avanti, verso la zona incriminata.
Le auto della polizia erano ormai divenute numerose e tutto il luogo della tremenda sparatoria era stato isolato.
Tentammo di spingerci ancora qualche metro avanti, nella confusione e la paura che regnava tra i presenti, che ormai avevano formato un cordone in quella zona.
Ci riuscimmo, arrivammo quasi all'altezza della trattoria del "Purtuallaro".
Nella concitazione degli spostamenti organizzati dalle forze dell'ordine, vedemmo il corpo di un uomo a terra.
E vedevamo di fronte, a cinquanta metri,  il "Circolo Pescatori".
Furono diverse le persone che vennero uccise dentro al Circolo.
Non avemmo il coraggio di restare oltre, e anche per tranquillizzare le famiglie, assieme ai miei due amici decidemmo di rientrare alle nostre rispettive abitazioni.
Arrivati a casa, non si parlava d'altro.
Il tempo di accendere il televisore e collocarsi sul primo canale all'ascolto del telegiornale delle 13,30.
Prima notizia:
"Terrore e morte a Torre Annunziata".
Il resto lo sapete tutti.
La festa in chiesa, il pulmann, le armi, i morti, le cause, gli arresti, i mandanti.
Questa la cronaca di quello che ricordo di una giornata che rimarrà indelebile per Torre Annunziata.
Altre parole, fiumi di parole, fummo costretti ad ascoltare e leggere per giorni e giorni a seguire.
Camorra, bande, mattanza, droga.
Torre Annunziata divenne improvvisamente il male d'Italia.
Scrittori, editorialisti, attori e registi, politici. 

Ognuno di loro aveva la spiegazione per quello che era successo ed una ricetta per risolvere il problema.
E ogni giorno ero costretto a leggere la lezione che ognuno di loro aveva da dare a me e ai miei concittadini, come se i problemi della mancanza di  lavoro "legale", cioè retribuito e corrisposto alla stregua di una regolare busta paga come accadeva nel Nord Italia e in tutti i parsi civili, fosse solo un problema nostro e non dell'intero Meridione!
E come parlavano bene riguardo la devianza giovanile verso le bande camorristiche!!
Non sapevano che, in alternativa ad un regolare lavoro, i giovani erano spinti ad accettare compromessi che avrebbero  influiti negativamente sul loro comportamento?
Furono giorni, mesi, anni terribili, soprattutto psicologicamente.
Ancora una volta, più di altre volte, la mia città venne violentata e marchiata in modo quasi indelebile.
Ad affossarla completamente, l'anno successivo, l'omicidio di Giancarlo Siani. 

Il dolore atroce, tanti di noi, della mia generazione, lo ha portato dentro, per tanto tempo, specie quando decise di andare via e di non combattere una guerra che sembrava senza speranza di vittoria.
Allora, fummo in tanti ad  arrenderci.
Forse avremmo potuto fare di più.
Passarono pochi anni e si iniziò a fare pulizia, soprattutto a livello giudiziario con gli arresti eccellenti.
Nonostante l'impegno e la volontà comune di ristabilire una condizione di vivibilità accettabile che ha accomunato l'asse politica - cittadina degli ultimi anni, la data del  26 agosto 1984 resterà impressa come un marchio ancora per diverso tempo accanto alla scritta "Torre Annunziata".  

VALENTINO GIONTA



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Le foto di cronaca sono tratte dal sito -iustitia.it-

sabato 29 luglio 2017

1965- Quando "rapirono" l'angelo dagli occhi azzurri e i riccioli d'oro...

Il vicolo era animato come al solito, pieno di gente, indaffarate a riprendere la quotidianità del dopo ferie, in quella calda giornata di settembre, proprio per il viavai di una stradina strategica, ubicata nei pressi dell'ospedale civico.
Vico Cipresso tagliava la centralissima  piazza Cesaro, meglio conosciuta dai torresi come Santa Teresa, per immettersi nelle vicinanze della Posta e da lì ritrovarsi in via dei Mille.

Vico Cipresso, ex abitazione di Mario e Lucia Papa.

L'abitazione della signora Lucia era al piano terra, era posizionata con accesso immediato sulla stradina.
Bella coppia, la signora Lucia e Mario, suo marito, giovane maestro di pittura.
No, non era un disegnatore, ma neanche un semplice imbianchino.
La sua era "passione" per la pittura muraria ed artistica, era specializzato nelle decorazioni in chiese, statue, angioletti e cosi via. I suoi lavori non erano mai dettati a caso. Se qualcuno voleva servirsi della sua opera, spesso, doveva accettare i colori che lui sceglieva per l'ambiente, perchè erano quelli che riteneva adatti a migliorare l'estetica e l'armoniosità della casa. Altrimenti erano liberi di trovarsi un altro.
 Mario e Lucia si erano sposati un anno primo, e dalla loro unione era nato il piccolo Antonio.
Uno spettacolo di bambino.
Non si erano risparmiati i soprannomi per descrivere quel piccolo angioletto.
"Il bambino dai riccioli d'oro", "L'angelo dagli occhi azzurri e i capelli biondi", e cosi via.




Raccontano, ancora oggi, che venivano gente da diversi punti di Torre per poterlo ammirare.
Racconti di parenti, testimonianze di zie. Racconti di parte, forse.
Quella mattina, Lucia dopo aver preparato il piccolo, lo mise nel girello per farlo divertire, per occuparsi delle faccende di casa.
Verso le undici, si preparò per portarsi da Nunziatiello, serviva un pezzo di pane, di li a poco Mario sarebbe tornato da lavoro, avrebbero pranzato tutti e tre.
Nunziatiello, il miglior forno torrese, distava cento metri d casa, ad occhio e croce ci avrebbe messo cinque minuti per andare e tornare.
Nessun problema per il piccolo Antonio, sarebbe rimasto nel suo girello a divertirsi.
A guardarlo ci avrebbe pensato il vicino di casa. 

Lucia lo avvistò sull'uscio, aprendo la porta per uscire.
-"Armando, per favore, mi date un'occhiata ad Antonio che vado un momento da Nunziatiello?"
- "Certo Lucia, non ti preoccupare, ci penso io."
Bel personaggio Armando.

Era soprannonimato Armando "o pazzo", aveva la mania di portarsi sempre davanti a tutti con l'auto, sorpassando  quelli che lo precedevano. Chiunque.
Quando uscivano con l'auto di sera per una passeggiata, non era semplice stargli dietro.
Non era una passeggiata, era una corsa continua.
Erano amici di famiglia, ci si poteva fidare tranquillamente.
Cinque minuti passarono tra l'andata e il ritorno di Lucia.
Comprato il pane, prima di rientrare in casa, ringraziò Armando per il favore.
Appena rientrata, un urlo agghiacciante fece tremare gli abitanti del vicolo.
Il piccolo non c'era piu' nel suo girello!
Era sparito!
Lucia si portò immediatamente fuori, gridando .
"Armando chi ha preso il piccolo?"
"Nessuno Lucia, non è venuto nessuno!"
Fu un attimo!
La voce si sparse in un baleno!
"Hanno rapito il piccolo angelo!!!"
Giunse immediatamente il drappello di servizio  del pronto soccorso dell'ospedale, la folla iniziò a guardare ogni dove per capire come fosse stato possibile rapire un bambino dall'interno della casa con tutte quelle persone in zona.
Lo sconforto di Lucia era al massimo.
Nessuno si sapeva spiegare come fosse potuto accadere.
Il quel lasso di tempo, una mezz'oretta circa, quel vicolo divenne il fulcro della città.
Raccontano, sempre le testimonianze dell'epoca,  che erano talmente tante le persone che si erano accalcate nei pressi della casa di Lucia che dovettero bloccare l'accesso da ambo i lati.
L'intervento, quasi immediato, della polizia, rendeva ancora di piu' drammatico il momento.
Furono minuti di autentico terrore!
Chi era il bruto che aveva osato pensare e messo in atto un rapimento del genere?
Sicuramente qualcuno della zona!
Armando non sapeva come giustificarsi, non riusciva a darsi una spiegazione.
Alcuni lo additarono dell'accaduto.
Iniziarono a volare parole grosse.
L'agitazione era incontenibile.
Si erano fatte le undici e quarantacinque, quando all'improvviso...
All'improvviso, dal lato del vicolo opposto alla piazza Cesaro, si fece largo una donna, con in braccio un bambino, che avanzava tra la folla.
Subito si iniziò a gridare al miracolo, qualcuno iniziò ad acclamare la misteriosa signora come salvatrice del piccolo angioletto biondo.
Lucia, vista la scena, corse immediatamente verso la folla.
Era proprio il suo bambino!!!
Era tornato, ma... la donna???
ERA SUA SUOCERA, LA NONNA DEL BAMBINO!!!
Incredula del trambusto, la signora innocentemente ammise che il piccolo lo aveva preso lei!
Era passata di li per andare a salutarli ed entrando, non a
vendo trovato nessuno, aveva preso il piccolo dal girello e lo aveva portato a fare una passeggiata in via dei Mille, per poi portarsi di nuovo verso la casa di Lucia!
E nessuno se ne era accorto!!!
Alla fine, tutto è bene quello che finisce bene, anche se non furono pochi i rimproveri e le parolacce che vennero indirizzate alla nonna del piccolo bambino.
Concludendo questo piccolo racconto di un fatto realmente accaduto, vorrei salutare le persone che non ci sono piu' in questa vita terrena ma sono sempre vive nel mio cuore.
Mia mamma, Lucia.
Mio padre, Mario.
Mia nonna, Palma, nonna Palmina.
Si, il piccolo angelo dagli occhi azzurri e dai riccioli d'oro ero io...
Almeno posso dire, a distanza di cinquant'anni, che il Signore mi aveva donato la bellezza, mezzo secolo fa... :)


Mia madre Lucia, mio padre Mario, mia nonna Palma Nocarino, foto anni '90
 RINGRAZIO  PER LA PREZIOSA TESTIMONIANZA MIA ZIA ANNA MERLUZZO, SORELLA DI MIA MAMMA.

domenica 16 luglio 2017

LE FIGURE D'UN TEMPO- 1920, LA STORIA DI LUIGI MAGNAPEZZE .


 
1920- TORRE ANNUNZIATA- PIAZZA CROCE



 "Nel multiforme e variopinto alveare della nostra società, in questo immenso palcoscenico della nostra umana esistenza, insieme strana, incomprensibile, misteriosa; nel grandioso teatro della vita, in cui ognuno recita,  talvolta con destrezza e tal altra volta con malcelata malizia, la sua parte di personaggio vero o stantio, ci sono alcuni  individui che caratterizzano in maniera rimarchevole l'aspetto esteriore della società stessa.
Ciò era piu' frequente decenni addietro, quranta o cinquanta anni fa, quando le relazioni tra le famiglie, tra i vicini di casa o del vicolo non aveva assunto l'aspetto frenetico di oggi che gli impegni e le varie attività personali ci enucleano lentamente e gradualmente dal caratteristico  e tradizionale ambiente del proprio rione.
Per tale motivo, anche un povero derelitto, una persona al di sotto delle capacità normali di convivenza civile diventava allora oggetto di particolare attenzione, di riprovevole dileggio, che spesso rasentava la cattiveria, soprattutto perchè il "divertimento" si otteneva da qualcuno, già abbondantemente perseguitato dalla sfortuna.
Era proprio il caso di un certo LUIGI, che tutti, non conoscendone il cognome chiamavano "MAGNAPEZZE".
In verità, di pezze ne aveva parecchie sull'abito sporco e sfilacciato, in quanto la sua condizione di "uomo zero" non gli permetteva alcuna possibilità di disporre di uno meno sporco e meno liso. 
LUIGI abitava in un buio e sordido tugurio della zona del CARMINIELLO, che, all'epoca, non era stato ancora inviluppato dal fenomeno dell'urbanesimo, ma che, invece, costituiva ancora quella parte di campagna di periferia, verde di obertosa coltura orticola.
Chi lo incontrava per le vie della città, e non sapendo di trovarsi di fronte a LUIGI MAGNAPEZZE, aveva un momento di vera perplessità, dubbioso di trovarsi o dinanzi a uno dei soliti vagabondi o di fronte al grande artista CHARLIE CHAPLIN, il popolare CHARLOT,  in una delle scene dei suoi piu' apprezzati films del tempo, come "LA FEBBRE DELL'ORO" o "LE LUCI DELLA RIBALTA".
Aveva, il povero LUIGI, la medesima altezza e complessione del grande attore, i capelli incipientemente brizzolati, gli occhi espressivi e supplichevoli, il viso marcato e lo sguardo che rivelava la sua interna mestizia. Ai piedi due scarpe larghe, scucite e senza lacci, che, trascinate con rassegnazione, davano a MAGNAPEZZE, il tipico aspetto d'un clown di circo equestre. I suoi calzini erano quasi sempre differenti l'uno dall'altro e rotti in piu' punti, seminascosti da un paio di calzoni cascanti abbondantemente sulle scarpe malridotte. La giacca larga e con numerose toppe, gli scendeva dalle spalle.
Ma lo sfortunato LUIGI non se ne lamentava mai e, ironia del caso, accompagnava la sua profonda tristezza col "suono" di due pezzi di legno seghettato, su cui erano inchiodati alcuni dischetti di latta, che provocavano il caratteristico saltellio dei  noti piedigrotteschi SCETAVAIASSE.
Di tanto in tanto, egli si fermava nei vicoli o nelle piazzette della nostra città e, convinto, in cuor suo, di far della musica, stropicciava  un legno sull'altro, tentando alla buona un aritmico accenno di qualche motivo popolare in voga.
Un pò alla volta gli si facevano intorno alcuni ragazzini e qualche adulto, i quali gli rivolgevano parole non prive di scherno. Qualche ragazzo piu' audace, di quei monellacci che hanno caratterizzato tutte le epoche e tutti i quartieri, si portava dietro le spalle del povero "posteggiatore" e gli tirava l'orlo della giacca, facendolo barcollare un pò di qua e un pò di là.
Il misero LUIGI tentava di accennare qualche reazione, ma subito convinto della sua tristissima condizione di "UOMO OGGETTO" , fermava il suo naturale e istintivo impulso di rimenare quel cattivello, nella speranzosa attesa di avere qualche soldino dai presenti.
Anche se un simile spettacolo era ignominioso, per alcuni rappresentava pur sempre uno scherzoso trattenimento, anche se di pessimo gusto.
Ma non sempre era così.
Spesso la piccola folla che gli si radunava davanti esigeva la impietosa tortura di quel poveretto, la sua degradazione di essere  pensante, e meritevole di rispetto, seppur nella sua derelitta condizione.
Ed allora qualcuno, di quelli, e ce ne sono sempre, che talvolta abbandonano le sembianze umane per vestire quelle di belva, gli faceva balenare davanti agli occhi una lucida liretta di nichelino, che in quel tempo era molto per un povero diavolo, e nell'altra mano porgeva all'infelice LUIGI un ritaglio di stoffa qualsiasi, insomma una pezza.
 E quel povero uomo, reso avido dl conseguire quel desiserato "PREMIO" della lira promessagli, offriva agli astanti uno spettacolo pietoso, che a pensarci bene, assumeva tutto l'aspetto di una sadica pagliacciata.
Quel relitto umano introduceva in bocca una striscia della pezza di stoffa e man mano la masticava, fino a fare il gesto naturale di deglutirla.
Non era LUIGI un illusionista tanto da fare un gesto di magia nè cercava di nascondere entro la cavità orale quella striscia di  stoffa, perchè alla fine della ... deglutinazione egli spalancava la bocca, mostrando ch'era vuota.
Era possibile ingoiare della stoffa?!
E subito quel poveretto stendeva la mano per ricevere il prezzo dello... SPETTACOLO.
Da ciò tutti lo chiamavano LUIGI MAGNAPEZZE.
Poi egli riprendeva il suo strascicante camminare verso altre zone per altre ... esibizioni oppure per fermarsi in qualche cantina (rivendita di vino), a quell'epoca molto numerose nella nostra città. Ne usciva, rimettendosi i suoi STRUMENTI sotto l'ascella e ricominciando a stendere la mano per un pò di elemosina.
Forse il povero LUIGI chiedeva, in cuor suo, non l'obolo dell'elemosina, ma la carità umana, quell'amore fraterno, quel calore che promana il cuore e che pochi sanno donare ai propri simili.
Quel cencio umano, reso oggetto di scherzi malvagi ed impietosi, girò per molti anni nelle vie della nostra città, sopportando con molta rassegnazione la sua dura condizione di ... pagliaccio per necessità. Ed in quella sua forzata remessività, in quel suo sguardo implorante, egli forse elevava una muta condanna alla società, che talvolta  gioisce se tortura, che si esalta se umilia.
Un giorno, però, LUIGI MAGNAPEZZE non si vide piu' girovagare, nè di lui si seppe dove fosse andato o dove fosse finito.
Scomparve dalla scena cittadina, come il mimo scompare tra le quinte del palcoscenico.
Ma per lui non ci furono applausi."





           RACCONTO DI VINCENZO MISTRETTA

LA VOCE DELLA PROVINCIA
       22-12-1973       

domenica 2 luglio 2017

TRA PATRIZI E PLEBEI, IL RICORDO E LA STORIA DI TORRE ANNUNZIATA!

Questo articolo, straordinario, pubblicato sulla "La Voce della Provincia" del 1995, non avrebbe bisogno di nessun commento di introduzione.
Infatti, non riesco ancora a credere come sia stato possibile all'autore, Gennaro Fabbrocino, condensare in queste righe, alcuni dei suoi ricordi degli anni di gioventu', districandosi tra l'eterna distinzione che affliggeva, anche all'epoca, la nostra Torre Annunziata, e cioè la "distanza" tra i patrizi, i ricchi, i signori,  e i plebei, gli operai, i poveri.
I ricordi di Fabbrocino si concentrano sulle famiglie facoltose del tempo, lui dall'altra parte della barricata, riuscendo a farci vivere, come fosse oggi, quegli attimi, quei momenti rimasti impressi nella sua memoria.
E riesce a farci apprezzare, in forma diversa, quelle famiglie altolocate, facendoci scoprire come, già da allora, esisteva la "diffidenza", quasi la proibizioni, per i giovani figli dei signori, di oltrepassare la parte occidentale della città per portarsi verso il fulcro commerciale di essa, la zona orientale, fosse anche solo per andare al cinema o fare una passeggiata. Ancora oggi, come allora,
cento anni dopo, distinguiamo Torre nord da Torre sud...
Un passaggio significativo della grande personalità del Fabbrocino si ritrova quando, confrontando il diverso modo di condurre la vita sociale, egli riesce a trasmettere emozioni importanti nell'affermare che "...loro erano il nuovo, il moderno. Io non li invidiavo. Erano troppo distanti da me. Si invidia il vicino, non il lontano."
Ecco, questa testimonianza è bellissima. In queste frasi posso solo intuire che alcune delle prerogative che contribuirono al successo e al miglioramento economico e sociale della mia città, all'inizio del secolo scorso, siano stati il comportamento, il rispetto dei ruoli, l'intelligenza, il lavoro di Gennaro Fabbrocino e di tantissime altre persone come lui, umili e plebei...


GENNARO FABBROCINO





LA VOCE DELLA PROVINCIA -GENNAIO 1995




Erano gli Anni Trenta...       


Nella mia immaginazione di adolescente allevato in una famiglia operaia, una linea invisibile divideva il quartiere orientale di Torre da quello occidentale. In questo abitavano i signori, i rampolli della borghesia dorata, i distinti, gli eleganti: i Camera, i Giraud, i Carotenuto, i  De Simone, i Gerardi, i Pennasilico, gli Iacono, i Prisco, i Vitelli,  i Porcelli, i Vitagliano. 

A me apparivano come dovevano apparire, nella Roma dei Cesari, i patrizi togati ad un plebeo della Suburra. Spiccavano per posizione sociale, per censo, per educazione, per il linguaggio, per le abitudini di vita. Giocavano a poker. Facevano il bagno nelle acque esclusive del Lido Azzurro.

Erano il nuovo, il moderno. Io non li invidiavo. Erano troppo distanti da me. Si invidia il vicino, non il lontano. Quando Torre non era ancora un ibrido urbanistico e sociologico, quando i plebei erano plebei e i signori erano signori, i signori erano loro. Lo erano, non lo davano a vedere. Oggi il popolo borghesizza, il borghese di sinistra plebeizzano. Contemplavo loro, come l'astronomo le costellazioni.

I Camera. Tutti nomi propri bisillabi: Leda, Bina, Siro, Ivo, Rito. Solo un uomo dalla personalità potente, autorevole e costruttiva, ma anche estrosa poteva imporre tali nomi ai propri figli. Ogni mattina varcavo la mia linea immaginaria che coincideva col meridiano della Casa del Fascio, entravo nella... Città Proibita, dove era ubicato il Ginnasio e scorgevo il padre dei Camera. Sentivo l'impulso, non servile ma rispettoso, all'inchino. Lo reprimevo, perché l'imponente signore mi intimidiva. Abitavano in una casa che era un palazzo.


I  Giraud. Non sono mai stato un tifoso, non so perché, ma quando leggevo, nelle locandine esposte nelle vetrine dei negozi i loro nomi di battaglia, ebbene mi esaltavo: Giraudo I, Giraud II, Giraud III. Come una dinastia regale, I Giraud. Un ordine cavalleresco. I giostranti del campo Formisano. I campioni del Savoia.


La famiglia Jacono abitava in una villetta dell'Oncino, quando l'Oncino era un romantico villaggetto al margine del bosco Filangieri. Entravo nell'Oncino e mi sentivo un bracconiere, un violatore del blocco, un apolide. Arrossivo, passando davanti al portone (privato!) della villetta dove sapevo che abitava e Emmina Jacono che era alta, bionda botticelliana.


I Prisco! Erano l'aristocrazia ineguagliabile, inaccessibile. Sdegnavano il dialetto. Non tenevano mai lo sguardo rivolto al suolo. Indossavano eleganti calzoncini corti o pantaloni alla zuava. Davanti a Michele, ammutolito, perdevo la parola.

I pull-over e il trench che sfoggiavano i Carotenuto, i Gerardi, i Pennasilico, i Vitelli, i Porcelli! Portavano nelle strade l'ultima moda. Adoperavano stilografiche marca Parker. Sapevano tutto quanto attiene allo sport, al cinema. Non "scendevano" mai nel quartiere orientale, mai nella platea del Moderno o del Politeama. Guardavano i film dal loggione o dalle "barcacce". Chi sa quanti romanzi di Salgari e di Verne possedevano!

Quando incontravo nelle strade occidentali Bina Camera o Ermina Jacono o Cecilia Spanò (pompeiana iscritta al Ginnasio) mi confondevo. Mi intimidivano, mi facevano sentire plebeo, passando davanti a me come altere dee dell'Olimpo. Non erano nè alteri nè superbe,  ma solo diverse, distanti.

 Tommaso Hobbes, soffocato dalla disperazione, fa proprio il mondo di Plauto: " Homo homini lupus", ossia "L'uomo è un lupo per un altro uomo". Per lui, è lupo sia l'aggressore sia l'aggredito. Si riferisce all'uomo biologico (philum dei Vertebrati, classe dei Mammiferi, genere homo). È allo Stato leviatano assegna il compito arduo di impedire che i lupi si sbranino irrimediabilmente. Il classismo marxista, come ogni ideologia ribellistica, sdoppia l'uomo è colloca l'Homo lupus nella classe dominante. Riassunto epigrammaticamente, il materialismo marxista si condenserebbe nel motto "Dives lupis pauperi", ossia il ricco è un lupo per il povero.
Chi conosce i poveri, sa che, quando gli torna utile, il povero è un lupo per un altro povero. I poveri non sono quelli idealizzati da Dickens ho da Tolstoi, ma quelli realisticamente colti da Emile Zola, che non assolveva certamente la borghesia. La "cortina di ferro" che separa il Bene dal Male non passa tra le classi sociali (tra l'altro solo arbitrariamente delimitabili), ma dentro la coscienza individuale degli uomini, ricchi o poveri, patrizi o plebei, borghesi o proletari.

Ma andatelo a dire a Bertinotti...

 Per me, cominciò negli anni Trenta. Quando intrapresi il viaggio senza ritorno che ci fa emigrare dall'Eldorado della adolescenza. Purtroppo, preso il treno sbagliato. Per fortuna, sono sceso alla penultima fermata. A Damasco. Però, devo dirlo, anche quanto predicavo la lotta di classe, odiavo il capitalismo (inteso come una impersonale forma sociale) non i borghesi in quanto persone. Come odiarli? Sappiamo tutti che fu la borghesia occidentale a creare il "dolce stil novo", il Romanico, il Gotico, il Rinascimento, il Barocco. Sono le classi alte che nella storia, in tutte le epoche, creano e promuovono l'Arte. E il salario che esse pagano per il peccato originale della diseguaglianza sociale. È poco? L'unico rimedio alle inestirpabile sofferenza umana e l'Arte, che è inscindibile dalla Religione, perché solo la religione salva gli uomini dalla disperazione. Se fossimo tutti socialmente uguali, nessuno di noi sarebbe un artista.

Il Bello della mia adolescenza fu incarnato dai miei coetanei di ambo i sessi, che erano diversi da me: i Camera i Carotenuto, i De Simone, i Giraud, i Gerardi, gli Jacono, i Pennasilico, i Prisco, i Porcelli, i Vitelli, i Vitagliano. Essi fecero palpitare il mio senso estetico. Il passato è più importante del futuro. Siamo quelli che fummo. Scorre il tempo, non il nostro essere interiore. Semmai scorrono e passano, nell'alveo immutabile della nostra psiche individuale, le idee politiche, le mode letterarie, gli hobby.
 Dicono che il tempo proceda come una freccia, che la vita è simboleggiata dalla semiretta. A me sembra, a volte, che la mia vita sia stato un percorso circolare. Avvicinandomi alla fine terrena, mi ritrovo nello stato emozionale degli indimenticabili Anni Trenta. Scendendo a Damasco, ho ritrovato la situazione esistenziale dalla quale ero partito. Com'era bella Torre Annunziata nel 193?..

mercoledì 21 giugno 2017

L'ASSURDA TRAGEDIA D'AMORE DEL GIUGNO 1971 A TORRE ANNUNZIATA!

La storia d'amore di  Raffaele e Maddalena, giovanissimi, entrambi di Torre Annunziata, ebbe il tragico epilogo il 22 Giugno 1971.
Raffaele Autiero, 14 anni,  e Maddalena Marinaro, 15 anni, erano due studenti.

Raffaele Autiero

 
Maddalena Marinaro

o-

Raffaele era al  primo anno dell'Istituto tecnico industriale "Marconi", Maddalena frequentava la prima ragioneria.
Si conoscevano da alcuni anni, si frequentavano da tempo, forse erano qualcosa in piu' che amici.
Nonostante la forte amicizia, diciamolo pure, l'amore tra i due, le rispettive famiglie non approvavano l'unione, considerandoli troppo piccoli per fidanzarsi, troppo giovani per volersi bene.
La sera del ventuno giugno, dopo un lungo pomeriggio di riflessioni, non fecero ritorno nelle loro rispettive abitazioni. Immediate furono le denunce alla polizia per la doppia scomparsa.
Non si seppe mai dove trascorsero la loro ultima notte insieme.
La mattina del ventidue, mentre percorrevano, mano nella mano,  il tratto sui binari compreso tra Santa Maria La Bruna e  Torre Annunziata, in località "Villa Marinella", vennero investiti,  dal treno accellerato 2937 diretto a Reggio Calabria.
Il corpo di Raffaele, straziato, venne trovato in fondo a una scarpata.
Maddalena, soccorsa dai ferrovieri, venne trasportata all'ospedale di Torre Annunziata, da dove, vista l'apparente gravità delle ferite, proseguì per le cure al Cardarelli di Napoli. Si riprese dopo alcune settimane.

Era stata tenuta all'oscuro della terribile morte del suo amato Raffaele.
Tante volte, negli scorsi decenni, abbiamo letto di fatti simili, raccontati dai giornali e dalla televisione.
Storie di amori giovanili, ostacolati da genitori e familiari diretti,  causa di tante vittime e disgrazie.
Quante tragedie simili si sarebbero potuto evitare? 

Quanti ragazzi scelsero la morte pur di continuare ad amare, in un altro mondo, il loro primo amore?
Per fortuna, nel corso degli ultimi decenni, tanti tabu', non tutti, sono stati spazzati dall'avvento delle nuove generazioni.
Un fatto del genere, una tragedia simile, come quella di Raffaele e  Maddalena, speriamo che non accada piu'.






Notizie raccolte dal CORRIERE DELLA SERA e da LA VOCE DELLA PROVINCIA ( articolo di  Nino Vicedomini)

domenica 11 giugno 2017

LE ANALISI? ME LE FACCIO DA ORLANDO...

Tra i tantissimi professionisti che hanno onorato con la loro capacità e competenza la nostra città nel corso dei secoli, un posto di riguardo spetta di diritto al Comm. Dottor Raffaele Orlando, il primo in assoluto ad istituire un laboratorio di analisi  cliniche, nel lontanissimo 1927.
Raramente il titolo di commendatore veniva utilizzato per indicare la sua persona.
"Don Raffaele", questo il titolo che in modo familiare veniva utilizzato dai clienti che si affidavano a lui,  stabilendo cosi un contatto di affabilità e umanità tanta preziosa per svolgere quel particolare lavoro.

Dottor Raffaele Orlando- Anni 50- Voce Della Provincia 1977

Anche se proveniva da una famiglia in cui erano presenti tanti personaggi che svolgevano l'attività di farmacisti, la sua personalità lo spingeva a svolgere e a dedicarsi a un lavoro di ricerca che gli consentisse di operare al meglio secondo le sue capacità. Per lui risultava essere  troppo semplice e rituale il ruolo di farmacista, era il ruolo di ricercatore quello che interessava e completava la sua ambizione.
Svolgeva il suo lavoro, la sua "missione", con scrupolo assoluto, ispirandosi all'amore per il prossimo che è sempre stata una prerogativa nella famiglia Orlando.
Nel 1929 venne nominato Direttore di Laboratorio nel nostro Ospedale Civico al posto del Dr. Pontecorvo e successivamente farmacista a titolo gratuito.
La sua storia, come per altri importanti ceppi familiari di famiglie torresi, ci piace ricordarla parlando dapprima del bisnonno del Dr. Orlando, di nome Catello, proveniente da Corbara, quando nel lontano 1815 impiantò una farmacia, proprio nell'anno che suggellò il passaggio della denominazione cittadina da Gioacchinopoli a Torre Annunziata.
Proseguiamo il racconto dalle esatte parole tratte da un articolo ritrovato a firma Pietro Farro, datado 1977.*
"Oggi il laboratorio, con modernissime attrezzature, è egregiamente diretto dal figlio Dr. Lello, ma vi spande vivida luce il sorriso sereno e paterno di don Raffaele che, con la sua presenza, simboleggia e sintetizza una continuità e una tradizione. In un recente incontro il caro don Raffaele, riandando con la memoria ai primordi della sua attività, ricordava che il primo cliente ad affidargli una ricerca di laboratorio fu un noto avvocato ancora vivo e vegeto. Quanti esami avrà praticato da quell'anno in poi il Dr. Orlando? E a quante domande di ansiosi clienti in attesa del responso definitivo avrà dovuto rispondere? Ma sempre, con l'abituale  tatto e comprensione, riusciva a non deludere il cliente e a non urtare la suscettibilità dei medici curanti insofferenti di vedersi anticipati nel giudizio diagnostico. Anche questo aspetto deontologico del rapporto professionale caratterizza il Dr. Orlando." 
Insomma, un signore in tutti i sensi!


 *Racconto tratto da un articolo di Pietro Farro, La Voce della Provincia, 1977.

domenica 4 giugno 2017

IL SAVOIA TRIONFA NEL TORNEO DI EHINGHEN IN GERMANIA!!!

                                   6 GIUGNO 1976 *

La Voce della Provincia, 15 Giugno 1976


Sono trascorsi esattamente quarantuno anni dal trionfo in campo internazionale da parte del Savoia, seppure si parli di un torneo riservato alle formazioni "Beretti".
Savoia "Beretti", vincitrice torneo Einghen

Infatti, nella nona edizione del Torneo internazionale di Ehingen, riservato a giocatori classe 1957, quindi meno che vent'enni, il Savoia seppe imporsi al cospetto di squadre blasonate e altamente attrezzate, come L'Ehinghen, padrone di casa, Rankweil, Bayern Hof, Osv Hannover (Germania), Mannheim (Austria), Gunarme (Cecoslovacchia), Oesingen (Svizzera) con la classe, stile e voglia di vincere che caratterizzò in quel periodo la formazione torrese, approdata in Serie D con la squadra maggiore, appena un anno prima, sotto la presidenza di Gioacchino Coppola.
La formazione torrese arrivò in terra tedesca, nella zona di Stoccarda, tra l'entusiasmo dei nostri numerosissimi connazionale residenti in zona, e partita dopo partita riuscì a superare le temibili squadre avversarie, riuscendo a vincere l'ambito trofeo con l'impressionante ruolino di cinque vittorie su cinque partite, senza subire neppure una rete.
Capitan Oppezzo, Saluto, Affabile, Cappiello, Silvestri goleador implacabile con tre reti, gli artefici principali della storica trasferta in terra teutonica che tanto scalpore ed entusiasmo suscitò nella tifoseria intera.
Allenatore di questo gruppo di giovani e magnifici ragazzi era il grande Ciro Scognamiglio. 

Luigi Bellomo, pres. "I Fedelissimi" premia mister Scognamiglio

Sicuramente i meriti maggiori per questa impresa furono del Presidente Coppola, che nonostante le difficoltà economiche ed organizzative, volle  organizzare il tutto con  l'entusiasmo e l'incitamento che contraddistinse il suo breve periodo presidenziale al Savoia.
La collaborazione e la competenza di Peppe Sasso e Giorgio Pepe furono assolutamente decivive per il buon fine della missione.
Il 4 Giugno , la comitiva torrese venne ospitata e salutata nella sala del comune di Ehinghen, e il Lord Major salutò calorosamente quella che era la prima squadra italiana invitata al prestigioso torneo. 

La comitiva torrese al completo

Il giorno successivo iniziavano le partite, al ritmo di due al giorno, vinte entrambe per 1-0 dai nostri.
Altre due vittorie seguirono prima di approdare all'ambita finale.
In quei due giorni, si avvicinarono alla squadra a dimostrare il loro affetto, centinaia di italiani, residenti in Germania, che chiedevono a gran voce ai nostri ragazzi il regalo piu' bello che potessero ricevere: la vittoria in casa dei tedeschi!
La finale del 6 Giugno avvenne in un clima incredibilmente festoso.
Probabilmente lo stadio di Ehinghen non aveva mai assistito ad uno spettacolo di pubblico del genere.
Centinaia di nostri connazionali muniti di trombette e bandiere tricolori assistettero allo show dei nostri ragazzi torresi che travolsero gli austriaci del Rot-Weiss Rankwell per 2-0.
Indescrivibile le scene di entusiasmo a fine gara, veneti, siciliani e gente da ogni zona d'Italia festeggiò l'impresa di quel gruppo di ragazzi di italiani in terra tedesca.
La coppa dei vincitori venne innalzata dal capitano Oppezzo che, assieme a Silvestri e Affabile, facevano parte della rosa della prima squadra che terminò all'ottavo posto il campionato di Serie D.

Capitan Oppezzo alza il trofeo.

Dopo due mesi, Gioacchino Coppola lasciò il timone ad un giovane e rampante torrese, deciso a lasciare il suo segno di vincente nella gloriosa società torrese.
Il suo nome: Franco Immobile.
Ma questa è un'altra storia, poi ne parleremo...

* Notizie tratte da "La Voce delle Provincia" del 15 Giugno 1976, con gli articoli di Vincenzo Pinto e Giancarlo Doveri.

 Le foto, bellissime, sono di Felicio Ferraro