giovedì 28 agosto 2014

SAVOIA 1924 - 90 ANNI DOPO - LA FINALE, LA CRONACA, LA STORIA, IL RACCONTO.




 Ha  solo diciotto anni ma è già un predestinato. Fulvio Bernardini, romano, inizia a giocare a calcio nel ruolo di portiere poi, dopo aver preso quattro reti  dal Napoli decide che è meglio giocare in attacco. La classe c'è, non per niente sarà il primo calciatore del Centro Sud ad essere convocato per la Nazionale. Nella doppia finale della Lega Sud, anno 1923, ha praticamente da solo portato la sua Lazio ad aver la meglio del U.S.Savoia, realizzando una rete a Torre Annunziata nell'incontro di andata e addirittura tre reti nel match di ritorno a Roma, terminato quattro a uno. E' il primo luglio del 1923. Il giorno della delusione per il popolo torrese. Non riesce  a superarla neppure Pasquale Fabbrocino, il presidente della squadra torrese. Il passaggio del testimone nelle mani di Teodoro Cosmo Gennaro Voiello è il naturale evolversi  della vicenda societaria. Giovane brillante, primogenito di Giovanni Voiello, produttore del più' grande e rinomato molino e pastificio di Torre, è un appassionato di sport in genere  ma nel calcio trova la sua massima aspirazione.  La base è solida, bisogna trovare gli uomini giusti con cui migliorare alcuni ruoli di una formazione tra le più' forti in Italia. D'altronde l'esperienza non gli manca, l'organizzazione con cui negli anni la Voiello è diventata la numero uno dipende anche dalla sua nuova gestione innovativa e manageriale. Adesso il fratello Attilio segue l'andamento dei pastifici insieme ad una sfilza di sorelle e all'inossidabile Don Giovanni, il Capo. Confermato il mister Raffaele Di Giorgio, si decide di affiancarlo con un esperto della preparazione, Wisbar. 
In porta il prescelto è  Mario Beccaro, protagonista suo malgrado del caso più' discusso dalla tifoseria torrese. Nonostante abbia subito solo due reti nelle prime dieci partite di campionato, viene sostituito da un ragazzo torrese Ciro Visciano,  arrivato in squadra due anni prima. Per l'attacco si  ingaggia il forte Mombelli, andrà a completare un trio atomico con Giulio Bobbio e Ernesto Ghisi, trenta gol in tre a fine stagione. Bobbio rimane nella storia torrese per il record di reti segnate con la maglia bianca, 47 gol in 57 partite.
Ghisi, nato in Egitto ma italianissimo, realizza "solo" 34 reti nelle 58 partite disputate nella sua permanenza torrese.
Il campionato è una marcia quasi inarrestabile, tutto procede al meglio con la squadra in grande salute, si arriva in modo naturale  alla finale di Lega Sud contro l'Alba Roma.
A Torre, due  reti di Giulio Bobbio bastano per  aver ragione dei romani ma al ritorno la sconfitta arriva nel secondo tempo ad opera di Degni.
Serve lo spareggio per designare la sfidante del Genoa. Non ci sarà, la squadra romana non si presenta a Livorno, la vittoria a tavolino ci catapulta in finale!!!
Ci presentiamo a Genoa consapevoli di giocare contro la squadra che è la leggenda del calcio italiano ma anche convinti di essere forti, d'altronde abbiamo già migliorato il risultato finale dello scorso anno. Ma Teodoro Voiello vuole migliorare il risultato dello scorso anno, entrare nella storia come il primo presidente di una squadra del Centro Sud a vincere lo scudetto è il suo sogno. Un buon gruppo di appassionati torresi, circa duecento,  segue la squadra nella trasferta più' importante della storia del Savoia, capitanati da Teodoro e altri componenti della famiglia Voiello, in quel di Marassi.
Mezzo secolo dopo, sarà il trasferimento della Voiello,  a segnare il collasso definitivo del sogno economico torrese. 

Il 31 agosto del 1924, alle ore 16,25, inizia la partita di andata, arbitrata dal signor Gama di Milano .

Il Savoia si schiera con Ciro Visciano in porta.

La difesa è composta da Giovanni Nebbia, detto "Sartulin", acquistato per 2000 lire e con un ingaggio di 800 lire al mese, messo sulle costole del sornione e potente Santamaria, bomber genoano;
Giuseppe Lo Bianco,
24enne di Bacoli, proveniente dai "Diavoli Rossi" della Puteolana, fortissima formazione che contendeva al Savoia il primato meridionale;
il veloce Borghetto sulla fascia sinistra.
Davanti alla difesa era piazzato Gaia.
La linea di centrocampo formata dall'altro fortissimo mediano puteolano Nicola Cassese (futuro giocatore del Napoli); il torrese Mario Orsini, una vita nel Savoia; Angelo Maltagliati, prelevato dallo Stabia.
 

  










 In attacco il trio delle meraviglie:        i già citati Ghisi (I), Mombelli e il novarese Giulio Bobbio, il bomber savoiardo. 

Andiamo in cronaca:

12° Mombelli, con un bel destro, impegna il portiere genoano.
15° Con un forte tiro da fuori area, Catto porta in vantaggio i liguri. Genoa 1 Savoia 0
16° Sardi raddoppia dopo aver ricevuto palla da Santamaria.   Genoa 2 Savoia 0
25° Il Savoia, demoralizzato dai gol presi nel giro di un minuto , tenta la riscossa con uno scambio tra Bobbio e Mombelli ma l'uscita del portiere De Prà salva la porta  ligure.
44° Bel tiro di Mombelli che lambisce il palo, peccato!!!

 Alla fine del primo tempo Genoa 2 Savoia 0.

Teodoro scende negli spogliatoi ad incoraggiare i ragazzi, capisce le difficoltà dell'impresa ma chiede ai suoi uomini di provarci , in fondo la partita ce la stiamo giocando alla pari, se non fosse per quei due minuti maledetti...
Inizia la ripresa.
E inizia subito male. Cassese, complice una distorsione alla caviglia viene spostato sull'ala sinistra. Ma il Savoia sembra più' spigliato, forse anche alleggerito dalla pressione dopo essere passato in svantaggio.
49° Fallo di Sardi. Punizione crossata al centro, colpo di testa di Bobbio e... GOOOOOL!!! 

Battuto il portiere della Nazionale, De Prà!!!
  GENOA 2  -SAVOIA 1

La squadra bianca adesso ci crede e si lancia in attacchi furibondi, spinta anche dagli incitamenti dei tifosi torresi sugli spalti.
I campioni genoani, tra cui una decina di nazionali, sono in difficoltà contro la piccola squadretta meridionale!!!
Dura sei minuti il sogno del Savoia.

55° Tiro di Costelli, a seguito di una respinta da calcio d'angolo, parata di Visciano, che però non blocca, si avventa sul pallone e sul portiere l'esperto Aristodemo Santamaria,  fissando  il risultato sul 3-1.
Il Savoia riparte di nuovo all'attacco, mai domo anche se in inferiorità numerica dall'inizio del secondo tempo, forte di una condizione fisica migliore di quella dei padroni di casa, ma non riesce a pungere i titolati  avversari.
87° Accade un altro fatto importante. Un tiro di Neri, del Genoa, viene parato da Visciano, il quale urta contro il palo e rimane a terra per alcuni minuti. Sono momenti di paura per il giovane portiere torrese. Alla ripresa del gioco, Visciano, in pessime condizioni e menomato,  viene spostato al centro della difesa.
Il risultato finale non cambia e l'arbitro fischia la fine. Applausi scroscianti per tutti, ma soprattutto per la formazione dei bianchi che ha saputo impressionare non poco per il suo gioco coraggioso e spumeggiante.

Finale di andata:
Genoa 3 - U.S.Savoia 1


Ecco un estratto de "La Stampa" del 1 settembre 1924:
"...Il Savoia.... dopo un primo tempo, nel quale ha  subito la superiorità dei rossoblu, e andato man mano riprendendosi giungendo fino a muovere ad entusiasmo il pubblico genovese. Con questo non si vuol dire che la squadra del Savoia sia una seria avversaria per le squadre settentrionali, ma essa si è rivelata come la migliore di quelle venute finora dal Sud a contendere il titolo alle squadre del Nord."



1-(continua)






P.S.- Le notizie inserite in questo racconto sono state trascritte sulla base del libro "Savoia, storia e leggenda" e da altri numerosi siti esistenti in rete, oltre che frutto di notizie raccolte da anziani tifosi nel tempo.
La seconda parte di questo racconto, relativo alla finale di ritorno svoltasi a Torre Annunziata, verrà inserita in questo blog la prossima settimana, a ridosso dell'anniversario per il ricordo dei 90 anni dalla storica doppia sfida.








domenica 17 agosto 2014

ARMANDO FRAGNA. LA STORIA, LA FAMIGLIA E GLI INTRECCI CON TORRE ANNUNZIATA...


                                  ARMANDO FRAGNA- 
               MUSICISTA E DIRETTORE D'ORCHESTRA

                          NAPOLI 2 AGOSTO 1898
   
                        VIAREGGIO 15 AGOSTO 1972


La telefonata inizia verso le 11 di una caldissima  giornata di agosto.
Da Roma, dove vive da oltre quarant'anni, Antonio Fragna.
Nato a Torre Annunziata il giorno dell'Immacolata del 1938,  nipote di Armando Fragna, famosissimo direttore di orchestra sulla RAI negli anni a metà del secolo scorso, musicista e scopritore di talenti che hanno fatto la storia della musica italiana.
Dall'altra parte un curioso come me  interessato a conoscere e raccontare le memorie torresi dei nostri concittadini.
Il racconto di Antonio inizia subito ringraziandomi per avergli dato modo di  ricordare la sua città natia che dovette abbandonare da piccino negli anni del dopoguerra.
Lasciamo a lui la parola per illustrarci la storia e i ricordi che, come vedremo, si intrecceranno con episodi che hanno lasciato un segno nella città oplontina e ristabiliranno l'ordine delle date e dei giusti luoghi nel troppo spesso confuso mondo della rete.

"Mio padre si chiamava Alessandro,era nato nel 1913, era fratello di Armando ed ultimo figlio di Luigi Fragna. A Roma, dove si era trasferito negli anni trenta, fondò il periodico "La Gavetta" che si occupava di politica.
Divenne in seguito giornalista del "Il Tempo".
Anche se più' piccolo di tutti, è stato quello che si è sempre dato da fare per aiutare tutti gli altri fratelli e sorelle."

"Il primo ricordo da piccolo che ho di Torre e quando, all'inizio degli anni quaranta, assistetti alla inaugurazione della Casa del Fascio, avevo tre o quattro anni.
Torre Annunziata era una città bellissima, sempre pulita e ordinata, ogni giorno. Che bei ricordi che conservo nel mio cuore, il Lido Azzurro, sempre pieno di artisti famosi e bella gente, i venditori di frutti di mare, gli acquaioli.
Qualche volta sono ritornato a Torre, negli scorsi anni, ma è cambiata tantissimo, ho rivisto a malincuore come è ridotto il Metropolitan, gli altri cinema abbandonati, la fine dei pastifici.
Negli anni settanta mi sono trasferito a Milano dove ho aperto un ristorante che ho chiuso dopo cinque anni.
Sono  ritornato a Roma, dove vivo da allora, anche il locale Sporting Club, di mia proprietà è chiuso dopo diversi anni di attività. 
Mi piacerebbe ritornare a Torre un'altra volta e rivedere qualche vecchio amico, a Torre mi ricordano come "Tonino ò romano".

Il racconto continua con il ricordo del caro zio Armando, che era molto affezionato ad Antonio, forse  anche perché il Maestro non ebbe la fortuna di avere figli dal suo matrimonio con Tina Santoro. 

"Armando Fragna era mio zio, era nato il 2 agosto del 1898 a Napoli, non a Torre Annunziata, come scrivono tutti. Erano almeno una quindicina tra fratelli e sorelle, figli di Luigi Fragna e  Anna Petrillo, attivissima donna che tra un parto e l'altro si occupava della farmacia in Piazza Municipio a Napoli."
Il racconto non può trascendere dal ricordo del capofamiglia, autentico padre padrone di casa Fragna. 

"Nonno Luigi si divideva tra Napoli e Torre per le sue attività di poeta, scrittore, editore e politica, essendo un sostenitore di quella parte politica che sarebbe poi approdata al potere in Italia sotto l'etichetta di fascismo.
Collaboratore fin dall'inizio della famosa Casa Editrice Bideri, in Via Mezzocannone, scrisse numerosissime rappresentazioni teatrali oltre a tantissime canzoni napoletane, vincendo tra l'altro il primo premio nella prima edizione della "Piedigrotta"."


Il 25 febbraio 1921 la tragica  data che verrà ricordata in tutta Italia come il martirio di Diodato Bertone, operaio torrese dell'Ilva , padre di nove figli, socialista attivista in prima linea del movimento operaio torrese. Verso le undici di sera, in Via Stella, di ritorno dal lavoro in fabbrica, venne circondato e ucciso con diversi colpi di pistola da tre fascisti, Luigi Fragna, Carlo Peirce e Pasquale Russo. I suoi due amici vennero picchiati e minacciati di morte nel caso avessero parlato con chiunque in futuro. Riconosciuti da un testimone, i tre fascisti vennero arrestati. Il processo a loro carico evidenziò come fossero palesi le responsabilità dei gerarchi locali e per questo riuscirono a beneficiare della amnistia loro concessa per fine nazionale.
Negli anni seguenti la caduta del fascismo si chiese la revisione del processo ma senza risultati sostanziali.
Questo episodio si ripercosse negativamente su tutta la famiglia Fragna.
Dopo la morte di Bertone, nel corso degli anni a seguire, in tanti furono costretti o scelsero di andarsene dalla città, spostandosi tra Napoli e Roma, solo qualche familiare rimase a Torre.

Il racconto continua come spezzoni di un film nella memoria di Antonio, adesso il ricordo dello zio Armando si intreccia con un episodio specifico della sua giovinezza.
"All'inizio del 1946 mio zio Armando mise in scena al Mercadante di Napoli una rivista teatrale in cui erano presenti come spettatori tantissima gente, tra cui molti soldati alleati. Il titolo della rappresentazione era "Sciuscià", da cui poi è stato tratto il famosissimo film di Vittorio De Sica che usci nelle sale cinematografiche nello stesso anno. Nelle scene di ballo, c'era un ragazzino che spiccava tra tutti e che aveva solo otto anni, ero io. Il ballo è stato la mia passione ma mio padre non volle che intraprendessi la carriera artistica."




Armando Fragna intraprese la sua carriera negli studi della RAI diventando uno dei maggiori musicisti e direttori d'orchestra dell'epoca.
Si deve a lui la scoperta e il lancio  di alcuni tra i più' noti cantanti del secolo scorso che hanno fatto la storia della musica italiana tra cui Giorgio Consolini e il Quartetto Cetra.
Claudio Villa è stato la sua scoperta più' importante, notato durante una esibizione venne subito scritturato per fare parte dell'orchestra Fragna che iniziava ad imperversare in televisione. 
Le "canzonette" del maestro avevano forte presa sul popolo italiano, uscito da una sanguinosa guerra e desideroso di iniziare una nuova fase di rinascita. " I pompieri di Viggiù' ", "I Cadetti di Guascogna", "Arrivano i nostri", sono pezzi che raggiunsero altissimi indici di popolarità.
La musica del maestro Fragna divenne  la sigla che accompagnava anche tantissimi film di Totò.





 



Tanto successo e tanta gloria durò fino agli inizi degli anni sessanta quando la RAI decide di sciogliere diverse orchestre per fare spazio alla "nuova" musica italiana e alle  nuove proposte.
Il Maestro, deluso, si ritirò a vita privata, in un Ferragosto del 1972 la terribile telefonata raggiunse il papà di Antonio.

"Era la giornata di Ferragosto, ricordo che ci chiamò la direzione dell'hotel Ritz di Viareggio comunicandoci che lo zio Armando era morto. Era in ferie presso la loro struttura da alcune settimane. Ci precipitammo a Viareggio per abbracciare e piangere la salma del  nostro caro e riportarlo a Roma, dove riposa nel Cimitero del Verano."
 Anche in questa circostanza, sistemiamo il pezzo di puzzle al posto giusto con la certezza del luogo della morte del Maestro stabilita a Viareggio anziché a Livorno, come erroneamente pubblicato dalla stampa nazionale nel secolo scorso e ripreso dal mondo degli internauti nella nuova era.

Verso le dodici, al termine della conversazione con Antonio Fragna, nata in origine per ricordare la figura del Maestro Armando Fragna, non possiamo che ringraziarlo per la disponibilità e la sincerità mostrata nel raccontarci episodi, anche spiacevoli, che hanno riguardato la storia della sua famiglia, incastonata in un periodo difficile e importante della trasformazione di Torre Annunziata nel secolo scorso. 



articolo da "La Stampa " del 17 agosto 1972:




(Nostro servizio particolare) Livorno, 16 agosto. E' morto Armando Fragna, il musicista autore di alcune fra le più popolari canzoni negli Anni Trenta e Quaranta. Era venuto in villeggiatura, come tutti gli anni, a Livorno, la città natale della moglie, dove vivono alcuni suoi nipoti. E' stato stroncato da un attacco cardiocircolatorio nel pomeriggio di Ferragosto. Aveva 75 anni. Nato a Napoli, figlio di un'attrice e di un poeta, aveva esordito come direttore d'orchestra con la compagnia di Tecla Scarano, che suggerì il suo nome a vari impresari. Diresse spettacoli di varietà, operette, caffè concerto, finché venne a Roma, dove fu per alcune stagioni il collaboratore più diretto di Petrolini E, infine, approdò alla radio, dove lavorò per oltre venticinque anni. Erano gli anni di Angelini, di Barzizza, di Rabagliati e Norma Bruni, di Ernesto Bonino e Nilla Pizzi; erano, già allora, gli anni di Claudio Villa. Per il pubblico dei giovani, orientati verso un genere di musica così diverso, il nome di Armando Fragna dirà forse poco. Ma per tutti gli italiani che ascoltarono la radio dal 1930 al '55, e anche qualche anno oltre, evoca un ricordo immediato: l'autore delle canzoni semplici e rumorose, tra il goliardico e lo strapaesano che non uscivano più dalle orecchie. Per sua stessa confessione, non aveva voluto approfondire gli ultimi segreti della musica, come i suoi avrebbero sperato; ma aveva capito un certo tipo di gusto del pubblico: e si era preoccupato, onestamente, di accontentarlo. Erano i tempi delle «lagne all'italiana», create per esercitare l'ugola degli stornellatori, piene di lacrime, di sospiri, di promesse e di addii nello stile del «segretario galante». Fragna contrapponeva i suoi motivi tutti trombe e tamburi, fondati su ritornelli elementari, ma finalmente, allegri: «Siamo i cadetti di Guascogna, veniam dalla Spagna, andiamo a Bologna...». Era un repertorio fuori dal tempo, ma non sgradito, a chi sapeva accontentarsi, virtù importante, in quegli anni difficili: da la Mazurca della nonna ad Arrivano i nostri. Cadevano le bombe e la radio trasmetteva II tamburo della banda d'Affari; s'iniziava la ricostruzione ed esplodevano gli ottoni dei Pompieri di Viggiù. Non era cambiato niente, nel mondo della nostra musica leggera; ma il pubblico si impadroniva di quelle canzoni, le fischiettava dappertutto. E Fragna lo serviva. Anche se era il primo a sorridere su quelle canzoni; per sé, avrebbe salvato soltanto i motivi di genere diverso, come Signora illusione, o Signora fortuna, nate in anni ancora più lontani, e più grigi: «C'è una strada che porta in collina chiamata destino... » a gettare là un invito alla riflessione,
 g. c.

domenica 3 agosto 2014

CHE FESTA AL PORTO E IN CITTA' PER L'ARRIVO DELLE NAVI ITALIANE...

                                                     Gennaio 1931



Eccoli , in bella mostra, tutti e quattro i cacciatorpedinieri italiani  mentre sostano nel porto di Torre Annunziata.
"Castelfidardo", "I fratelli Cairoli", il "Riboty" e il "Monzambano" si godono gli ultimi giorni di risposo prima di riprendere il lungo cammino imposto dalle grandi manovre che si svolgono nel medio Tirreno.
Gran parte della città si è prodigata per rendere lieto e gradito il soggiorno agli ospiti, difficilmente si è avuta occasione di ammirare una tale fusione di cittadini, borghesi e militari in un unica occasione.
E' stata la prima volta che navi della Regia Marina sono approdate nel nostro porto.
Tantissimi i ricevimenti offerti in onore degli ufficiali e le visite fatte da questi nei mulini e pastifici e agli Scavi di Pompei, di cui si è reso promotore il comandante del porto , Capitano Armando Nikolassy.
Il Circolo dell'Unione ha organizzato una festa danzante alla quale sono intervenuti tutti gli ufficiali delle squadriglie, presenti le piu' belle ragazze della borghesia torrese.
Altrettanto sontuoso è riuscito il banchetto promosso al Comune, con il "Benvenuto" espresso a nome della città dal Podestà Pelagio Rossi al quale partecipa anche il Comandante della flottiglia, Capitano Capannelli.
Presenti inoltre tutti i Comandanti dei quattro caccia tra cui il Tenente Bofferio, comandante del "Castelfidardo", in primo piano nella cartolina ricordo.
Numerosissime le personalità torresi presenti, citiamo quelle che abbiamo incrociato nelle nostree ricerche secolari e che ormai sono divenute "di famiglia":
la signora Paola Fabbrocini Filippini, la sig. Staiano, la sig. Nikolassy, Nini' e Amalia Palmieri, Itala Fabbrocino, Di Mauro Amelia Palumbo ecc...

Tra gli uomini: 
L'on. Rossi, il Cav. Fabbrocino, il Dott. De Falco, il Pretore Enrico Zeuli, il Giudice Conciliatore Luigi Monsurrò, il Comm. di P.S. Cav. Suppa , il Dir. del Credito Italiano Mario Staiano, il Dir. delle Ferriere "Ilva", i Parroci Ingegno e Farro, ecc..  oltre ad un centinaio tra Cavalieri e Grandi Ufficiali oplontini tra cui Voiello, Fabbrocino, Gentile, Prisco,  Di Liegro ecc...

Era il Gennaio del 1931.

CASTELFIDARDO 
Purtroppo il "Castelfidardo" , in primo piano nella cartolina, diventato nel 1938 un torpediniere della Regia Marina, venne affondato nel porto di Creta il 2 giugno 1944 da missili inglesi.Riportato a galla dopo due settimane, visto la gravità dei danni subiti, venne abbandonato al suo destino e, successivamente, riportato in superficie e smantellato.

 MONZAMBANO
(il secondo nella foto, dietro al Castelfidardo)
Nel periodo 1943-1945, durante la cobelligeranza con gli Alleati, la Monzambano effettuò 74 missioni di guerra, consistenti principalmente in scorte nelle acque di Algeria e Tunisia, nonché nel Mar Ionio e nella Sicilia.
Nel dopoguerra la nave, passata nella Marina Militare, rimase in servizio svolgendo però attività molto scarsa, essendo ormai obsoleta e logorata dall'intensa attività di guerra. Tra il 1946 ed il 1947 l'armamento della Monzambano fu nuovamente ammodernato. I cannoni da 102 mm vennero ridotti a due (per altre fonti ne venne eliminato uno solo), sistemati in impianti singoli (invece che, come in precedenza, binati), due mitragliere singole da 20/70 mm vennero sostituite con una binata da 20/65 Breda 1935 (sistemata sul cielo del centralino di macchina), furono eliminate le due piccole mitragliere da 8/80 mm ed i tubi lanciasiluri da 450 mm (in due impianti trinati) furono rimpiazzati da due da 533 mm (in un singolo impianto binato)[5]. Vennero infine installati in coperta due lanciabombe antisommergibile , tipo Menon.
Posta in disarmo il 15 aprile 1948, la torpediniera fu radiata tre anni più tardi, il 15 aprile 1951, e venne quindi avviata alla demolizione 
I FRATELLI CAIROLI

Alle 14.00 del 21 dicembre 1940 la Fratelli Cairoli, al comando del toscano tenente di vascello Ferdinando Menconi, lasciò Bengasi per scortare a Tripoli il piroscafo Caffaro. Il convoglio sarebbe dovuto arrivare a Tripoli alle 14.00 del 23 dicembre. Le condizioni del cielo, all’alba del 23 dicembre, impedirono di osservare le stelle per determinare la posizione, dunque le due navi procedevano con navigazione stimata, beccheggiando notevolmente a causa del vento e del mare da ovest, in peggioramento.


Alle 8.55 del 23 dicembre, in posizione 32°42’ N e 14°55’ E, il sommergibile britannico Regent attaccò il convoglio lanciando due siluri contro il Caffaro da una distanza di 2900 metri, ma il piroscafo venne mancato: le navi italiane non notarono nemmeno l’attacco, e proseguirono sulla loro rotta.


Alle 10.25, in posizione 32°40’ N e 14°50’ E (al largo di Misurata, ed a nordest di Tripoli), la Cairoli urtò una mina e, scossa da due enormi esplosioni a distanza di pochi secondi l’una dall’altra, impennò la prua ed affondò di poppa in pochi attimi, portando con sé il comandante Menconi ed altri 70 dei 114 uomini dell’equipaggio. Il Caffaro (al comando del tenente di vascello Guidi, che aveva assistito al disastro dalla scaletta della plancia della sua nave, che stava scendendo quando era avvenuta la prima esplosione), nonostante il mare mosso, dopo aver lanciato i segnali previsti per casi del genere provvide con immediatezza ed abilità al salvataggio dei 43 sopravvissuti, alcuni dei quali contusi dalla seconda esplosione (che non si seppe mai se fosse stata causata da una seconda mina o dallo scoppio di una caldaia). La torpediniera Clio venne mandata da Tripoli a rimpiazzare l’unità perduta nella scorta al Caffaro, ed il piroscafo, con i naufraghi della Cairoli a bordo, raggiunse Tripoli scortato dalla Clio.


Venne in seguito appurato che nella zona dove la Cairoli era affondata nessuno, né la Regia Marina né la Royal Navy, aveva mai posato delle mine, quindi si concluse che la Cairoli era saltata su una mina alla deriva. Talvolta la perdita della Cairoli viene imputata al campo minato posato dal sommergibile britannico Rorqual il 9 novembre 1940 sei miglia e mezzo a nordovest di Misurata (che costituiva il punto di atterraggio per le navi che, partite da Bengasi, attraversavano il golfo della Sirte), uno sbarramento di 50 mine su cui già il 5 dicembre era affondata la torpediniera Calipso.
AUGUSTO ROBOTY 
  Entrato in servizio nel 1917, operativo nel primo conflitto mondiale (52 missioni), partecipò anche al secondo, svolgendo 365 missioni di guerra per 70.350 miglia. Svolse soprattutto protezione convogli in Adriatico. Il 27/9/1940 entrò in collisione a Brindisi oscurata con lo Zeno. Il 1/3/1941 effettuò bombardamento costiero in Albania con la torpediniera Andromeda. Nel 1941, il 18/7 (in Adriatico), il 5/8 (presso Zante) e il 25/10 (verso Patrasso), svolse combattimenti contro sommergibili, nel corso di missioni scorta convogli. Il 5/2/1943 scortava il piroscafo Utilitas, che venne affondato. Subì attacco da sommergibile il 3/4/1943 nel Golfo di Taranto, schivando un siluro, mentre venne colpita la cisterna Regina. Ricevé Medaglia di Bronzo per l’intensa attività e la partecipazione ai due conflitti mondiali. Tra il 1943 e 1945 scortò convogli americani e svolse collegamento di materiali e personale con le corazzate italiane internate presso Suez. Al termine del conflitto venne assegnato all’Unione Sovietica ma non fu consegnato per usura eccessiva. Fu demolito nel 1951.