venerdì 11 aprile 2014

12 APRILE, E' IL GIORNO DELL'UOMO DELLE TERME, VITO NUNZIANTE!!!

                                                        12 APRILE 1775

VITO NUNZIANTE E' STATO UN PERSONAGGIO MOLTO IMPORTANTE PER TORRE ANNUNZIATA, 
GENERALE DEL RESGNO, UOMO POLITICO, IMPRENDITORE, LE TERME VESUVIANE DA LUI PORTATE ALLA LUCE SONO IL RISULTATO FINALE DEL SENSO DELL'INGEGNO E DELLE CAPACITA' CHE QUEST'UOMO SEPPE  METTERE A DISPOSIZIONE NELLE VARIE LOCALITA'  IN CUI PRESTO' LA SUA OPERA.
RICORDIAMO CHE IL 12 APRILE 1775 E' IL GIORNO DELLA SUA NASCITA IN QUEL DI CAMPAGNA D'EBOLI  MENTRE LA SUA MORTE RISALE AL 22 SETTEMBRE 1836, CAUSATA DAL TERRIBILE MORBO NERO DI CUI RESTO' INFETTATO A NAPOLI QUATTRO ANNI PRIMA.
TRASFERITO A TORRE SECONDO LE SUE VOLONTA', VOLLE CURARSI CON LE ACQUE DELLE TERME DA LUI SCOPERTE  RESTANDO IN VITA ANCORA QUATTRO ANNI.
VI PROPONGO QUESTA LETTURA DELLA SUA PERSONA DA UN LAVORO DI GIUSEPPE CIVILE TRATTO DALLA TRECCANI.

NUNZIANTE, Vito

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 78 (2013)
di Giuseppe Civile
NUNZIANTE, Vito. – Nacque il 12 aprile 1775 a Campagna d’Eboli, ora in provincia di Salerno, da Pasquale e da Teresa Notari.
Quarto fra gli undici figli di una famiglia di media borghesia provinciale – esponenti qualificati nella società locale, cui non mancavano proprietà terriere – secondo uno schema abbastanza diffuso gli era stata destinata una carriera ecclesiastica. Cominciò dunque gli studi necessari, avendo come insegnante il prozio paterno canonico Antonino Nunziante, prebendario della cattedrale.
Nel 1794 fu sorteggiato per la leva e questo fatto occasionale cambiò in maniera radicale e definitiva la sua vita, legandola al mestiere delle armi. Inizialmente fu assegnato come furiere al reggimento di fanteria Lucania e nel 1797 venne promosso ufficiale come alfiere. In quell’anno aveva sposato l’appena sedicenne Faustina Onesti, appartenente a una famiglia di Campagna che pure vantava più di un esponente nel clero locale. Tramontata definitivamente la prospettiva di una carriera ecclesiastica, un matrimonio del genere suggeriva quella di un rientro al paese d’origine e di un futuro nella società locale non dissimile da quello dei genitori. Un’ipotesi che sembrò rafforzarsi nel 1799 quando, dopo lo sfaldarsi dell’esercito e l’esilio del re in Sicilia, dovette ritornare a Campagna.
Ma le sue intenzioni erano evidentemente diverse. Venuto a conoscenza dei tentativi del cardinale Fabrizio Ruffo di riorganizzare sbandati e volontari in un esercito controrivoluzionario, si impegnò immediatamente su questo fronte, riuscendo a raccogliere circa mille combattenti. Nacque così, con l’investitura del cardinale e per esso del re in esilio, il Reggimento Montefusco, alla cui testa Nunziante fu promosso colonnello. Questa iniziativa personale, presa in un momento di assoluta incertezza e latitanza del potere costituito, segnò accanto alla professione militare il secondo aspetto caratterizzante della sua vita: un rapporto diretto e di fedeltà assoluta con la dinastia borbonica che non sarebbe mai venuto meno.
Nel 1806, al momento del secondo e più lungo esilio siciliano, Nunziante era a capo delle truppe durante la ritirata in Calabria, e poi accanto al re in Sicilia, dove nel 1809 sposò in seconde nozze Camilla Barresi, nata a Lipari da una nobile famiglia di Messina. Dal primo matrimonio erano nati quattro figli, altri otto sarebbero venuti dal secondo.
Era governatore delle Calabrie al termine dell’età napoleonica e fu testimone diretto della cattura e dell’esecuzione di Gioacchino Murat. In quell’occasione il suo comportamento, rispettoso e pietoso nei confronti dello sconfitto, testimoniò che la sua fedeltà ai Borboni non ne faceva un servo sciocco della dinastia, né un accanito reazionario. La conferma di un atteggiamento di indipendente moderazione si sarebbe avuta nelle successive vicende del 1820-21. Benché non sia azzardato ritenerlo un convinto assertore della monarchia amministrativa, in base alla sua esperienza diretta come luogotenente generale non esitò nel consigliare al re di concedere la costituzione, che gli sembrava un autentico desiderio del popolo.
Con gli anni Venti la fase più attiva della sua carriera militare si può considerare conclusa, e con essa la parte più inattesa e avventurosa della sua fortuna. Lo sconosciuto provinciale, furiere non ancora ventenne a fine Settecento, era salito ai gradi più alti dell’esercito, aveva assunto responsabilità di indubbio valore anche politico e, soprattutto, si era meritato la fiducia e la riconoscenza della monarchia. Il titolo di marchese conferitogli nel 1816, e una pensione vitalizia di 1500 ducati, ne erano una concreta testimonianza e sancivano visibilmente la sua appartenenza alla fascia più alta della classe dirigente borbonica. Con l’ascesa al trono di Ferdinando II, della cui formazione militare era stato incaricato personalmente, la sua carriera pubblica proseguì con ulteriori successi: la luogotenenza in Sicilia, il comando assoluto dell’esercito nel Mezzogiorno continentale, l’incarico di ministro segretario di Stato ad interim per la guerra e la marina, il titolo di cavaliere commendatore dell’ordine di s. Ferdinando e del Merito.
Accanto agli impegni della vita pubblica trovò però, e ancora di più in questa fase, il tempo per coltivare altri interessi e attività che rivelano aspetti diversi della sua complessa personalità. Da questo punto di vista hanno una particolare importanza iniziative che potremmo considerare di natura a metà fra l’economico e lo sperimentale. Fra le più tradizionali si può ricordare l’assunzione di privative: dallo scavo dei pozzi artesiani alla fabbricazione e vendita dei cristalli, dai cappelli di seta del Bengala alla produzione di borace, allume e acido solforico. Ma oltre a ciò non vi fu regione del Regno in cui non si impegnasse in imprese spesso di dubbio fondamento e risultato.
In Basilicata prese in enfiteusi perpetua dal Comune di Latronico il monte Alpi per sfruttarne le cave di marmo; negli Abruzzi si impegnò nella bonifica del Pescara ed esplorò giacimenti di carbone e altri minerali, come in Calabria; in Sicilia affittò terreni del Comune di Melissa per l’estrazione dello zolfo; in Campania fece costruire a Torre Annunziata uno stabilimento termale, la Vesuviana Nunziante, e partecipò all’affitto dei mulini di Napoli.
Le due iniziative più significative, e che meglio si prestano a chiarire il carattere delle sue attività, furono il censo dell’isola di Vulcano, ottenuto fin dal 1807 dal vescovo di Lipari, e la bonifica della piana di Rosarno in Calabria.
A Vulcano, dove lo scopo principale era lo sfruttamento minerario dell’isola, la manodopera, come in molti altri casi, fu costituita da servi di pena, cioè galeotti che lavoravano in regime di semilibertà e sotto la garanzia del datore di lavoro. L’estrazione dei minerali, zolfo, borace, allume e altro, fu inizialmente assai difficile e si rivelò poi di qualità mediocre. Nonostante ciò Nunziante non abbandonò l’impresa, anzi l’ampliò ben presto secondo un modello a metà fra lo sperimentale e il paternalistico: sorsero sull’isola abitazioni per i lavoranti e una chiesa dove un sacerdote li potesse assistere spiritualmente, fu costruita una strada per agevolare il trasporto del materiale, un chimico fu ingaggiato per migliorare la qualità dei prodotti. Che le operazioni condotte a Vulcano risultassero economicamente vantaggiose è molto dubbio, certo esse testimoniano una intraprendenza non del tutto usuale negli alti ranghi del Regno borbonico.
Rilevante più dell’esperienza a Vulcano fu l’iniziativa presa nella piana di Rosarno. Il terremoto del 1783 aveva profondamente dissestato la zona, rendendola in gran parte paludosa. Ne erano seguiti un progressivo spopolamento, e condizioni sanitarie ed economiche particolarmente gravi della popolazione rimasta. Nel 1817 Nunziante, come commissario civile per la Calabria e la Basilicata, aveva ispezionato la zona e presentato un rapporto a Napoli proponendone la bonifica. In mancanza di risorse pubbliche e di un’offerta privata in cambio di un compenso in terreni, si assunse direttamente l’incarico. Il contratto con il Comune di Rosarno, stipulato nel 1818, prevedeva entro cinque anni la sistemazione idraulica e la bonifica dei suoli dall’abitato fino al mare, in cambio dei tre quarti del terreno bonificato. I lavori furono ultimati nell’estate del 1822, in anticipo sul termine contrattuale e riguardarono complessivamente 1607 tomolate di terra, pari a oltre 470 ettari. Al Comune andarono le terre più pregiate, vicine all’abitato e più facilmente coltivabili, e a Nunziante il resto, oltre 1300 tomolate che si estendevano nella piana verso il mare fino al confine del Comune di Gioia.
Subito dopo iniziarono i lavori per dissodare e mettere a coltura la nuova proprietà, di cui si sarebbe occupato fino al 1834 Guglielmo Gasparrini, un botanico di grande prestigio, già direttore dell’orto botanico di Palermo e poi professore all’Università di Napoli. Accanto alla coltivazione dei cereali trovarono posto oliveti e agrumeti, il sommacco e la robbia oltre alla gelsobachicoltura, impiantata con la consulenza di un esperto venuto apposta da Bergamo. Si ricorse a contratti di affitto soprattutto per i terreni coltivati a cereali; olivi, agrumi e bachicoltura furono invece affidati a contratti di colonia partecipativa; il lavoro salariato servì per la sistemazione dei terreni, l’impianto di nuove colture e la trasformazione dei prodotti agricoli. A tutto ciò provvide una popolazione crescente formata in parte da servi di pena, e per il resto da lavoratori delle zone vicine attirati dalla offerta di Nunziante: terra da coltivare secondo le proprie possibilità di lavoro e con due anni di locazione gratuita.
In breve tempo oltre 500 coloni si stabilirono in maniera permanente nel neonato villaggio di San Ferdinando, che era sorto anch’esso secondo un preciso disegno del marchese: una via principale delimitata ai due estremi dal palazzo padronale e dalla chiesa, e ai suoi lati le fila di casette destinate agli abitanti, cui si erano aggiunte presto delle più misere ‘pagliare’. Come già, in parte, era stato fatto a Vulcano, un sacerdote, un medico e un piccolo numero di artigiani completarono inizialmente i servizi offerti agli abitanti del villaggio.
Per capire correttamente la particolarità dell’esperimento di San Ferdinando bisogna tener presente la parte svolta in esso da Nunziante. Non solo infatti egli ne fu l’animatore e il gestore, ma anche l’assoluto proprietario delle terre, delle case e di tutti i servizi che ne facevano parte, svolgendo così un ruolo totalizzante che, se da un lato rappresentò il culmine delle sue attività innovative sul piano economico e sociale, dall’altro gli conferì nei confronti del territorio e della comunità nascente un potere che, più di una volta e seppure impropriamente, sarebbe stato definito feudale.
San Ferdinando risultò di primaria importanza nella vita del marchese e della famiglia per diversi motivi: rappresentò un ulteriore e stabile motivo di legame con la Calabria; rafforzò quello che per un compiuto profilo di grande notabile era forse l’anello più debole, e cioè il possesso di una estesa proprietà fondiaria; fu il punto d’avvio non solo della più significativa delle tante iniziative di Nunziante, ma anche della più duratura. Da San Ferdinando sarebbe partita la ricostruzione delle fortune della famiglia dopo la crisi dell’Unità e nel 1911 il predicato si sarebbe aggiunto ufficialmente al titolo di marchesi.
Anche in Calabria le costanti nelle iniziative di Nunziante non cambiarono. La persistente tutela della monarchia, il ricorso ai servi di pena, il rapporto con gli enti locali, i modesti risultati economici e, in alcuni casi, l’evidente assenza di una ragionevole valutazione del rapporto costi-benefici, ne mettono in evidenza il carattere insieme protetto e sperimentale. Nunziante fu a lungo presente sul campo, partecipò personalmente alla progettazione e alla realizzazione dei lavori, vi coinvolse esperti di fama, come Gasparrini o il geologo Leopoldo Pilla, spinto anche da una evidente curiosità culturale.
Va ricordato, a tale proposito, che già nel 1819 era socio dell’Accademia florimontana degli Invogliati, colonia dell’Arcadia di Roma, con il nome di Palmerino Emerissio, e negli stessi anni, quelli della bonifica, socio onorario della Società economica di Calabria Ultra Prima. La maggior parte dei suoi interessi culturali andava agli studi scientifici, per i quali fu anche in corrispondenza con Jean-Baptiste Biot, famoso fisico e astronomo francese. Negli anni Trenta, sul finire della carriera, entrò nell’Accademia reale di belle arti, nell’Accademia palermitana di scienze e lettere, nel Real istituto di incoraggiamento, nella Société polytechnique e nell’Institut historique di Parigi.
Accanto agli impegni pubblici, culturali ed economici, non mancò quello di consolidare la posizione della famiglia in modo da trasformare la sua straordinaria fortuna personale in qualcosa di duraturo. Una scelta significativa a questo proposito fu quella della carriera militare, simbolo del rapporto privilegiato con la monarchia, per tutti i figli maschi. Nel 1834 il matrimonio del primogenito Ferdinando con Maria Giuseppa Gaetani dell’Aquila d’Aragona dei duchi di Laurenzana testimoniò poi l’intenzione di radicare la famiglia nell’élite aristocratica del Regno.
Nunziante, cui sarebbe stato riconosciuto dai discendenti un ruolo di capostipite dinastico, morì a Torre Annunziata due anni dopo, il 22 settembre 1836.
Fonti e Bibl.: Arch. di Stato di Napoli, sez. Arch. privati, Arch. Nunziante; G. Gasparrini, Discorso intorno l’origine del villaggio di San Ferdinando e sopra le principali cose che quivi si coltivano, s.d. s.l.; R. Liberatore, Elogio funebre del marchese V. N., Napoli 1836; F. Palermo, Vita e fatti di V. N., Firenze 1839; F. Nunziante, La bonifica di Rosarno e il villaggio di San Ferdinando. Saggio di storia agraria, Firenze 1929; N. Cortese, Il generale V. N. e la rivoluzione napoletana del 1820, Benevento 1930; F. Nunziante, Il generale V. N. (1775-1836), a cura di U. Caldora, Napoli 1964; G. Civile - G. Montroni, L’archivio privato del N. di San Ferdinando e la storia dell’economia del Mezzogiorno in età contemporanea, in Società e storia, II (1979), pp. 601-604; J. Davis, Società e imprenditori nel regno borbonico 1815/1860, Bari 1979, III, pp. 219-323; B. Polimeni, San Ferdinando e i N.: cronistoria, Soveria Mannelli 1988; G. Civile - G. Montroni, Tra il nobile e il borghese. Storia e memoria di una famiglia di notabili meridionali, Napoli 1996; G. Montroni, Gli uomini del re. La nobiltà napoletana nell’800, Catanzaro 1996, capp. I-III, pp. 3-93.

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