giovedì 8 febbraio 2018

IL MASSACRO DELLE BRIGATE ROSSE, LA TRAGEDIA DI TINA...


8 gennaio 1980.

Tre poliziotti sono in perlustrazione a Milano.

Antonio, Rocco e Michele sono a bordo di un auto civetta, una Fiat Ritmo.

Girano in borghese, il loro compito è quello di tutti i giorni, controllare e prevenire.

Lavorano al commissariato di Porta Ticinese.

Alle 8 sono già in strada, pochi minuti per giungere in Via Schievano, per poi immettersi in Viale Cassala, zona calda di Milano.

Non ci arriveranno mai.

Tutto succede in due minuti.

Una Fiat 128 bianca, apparsa all'improvviso, sperona l'auto dei poliziotti, tagliandole la strada.
Dai lati dell'arteria escono altri uomini, rimasti nascosti fino ad allora.

Il fuoco di piombo verso i poliziotti, rimasti bloccati nell'auto, è terribile, incessante.

Gli agenti non hanno possibilità di reazione e muoiono sul colpo riversi sui sedili.



Antonio Cestari, 50 anni, appuntato.

Rocco Santoro, 32 anni, vicebrigadiere.

Michele Tatulli, 25 anni, agente.

Tre morti!
Lapide strage Via Schievano




Gli assassini, dopo il massacro, scappano.

L’attentato è rivendicato dalle Brigate Rosse – Colonna Waler Alasia -, motivandolo come "benvenuto" al Generale Dalla Chiesa appena giunto a Milano.

Al processo, secondo l’accusa, alla guida dell’auto c’è Nicolò De Maria mentre Barbara Balzarani, Mario Moretti e Nicola Gianicola sparano con i mitra sui poliziotti.

L'Italia intera piange quei tre morti, onorati dallo Stato con la  medaglia d'oro.

Tina Fiorito, 22 anni, ha un motivo diretto per piangere quella strage.

E' la fidanzata di Michele Tatulli.
Da "Il Corriere della Sera"


Tina è nata a Torre Annunziata, ma da alcuni anni si è trasferita a Milano.

Arriva a Parabiago tutte le mattine, con il pulmino, per portare a casa trecentomila lire al mese.

Sono alcuni  mesi che ha trovato questa occupazione.

Costruiscono e assemblano flipper, in previsione di una grossa commessa per il mercato nazionale.

La commessa sfuma, tutti i flipper rimangono invenduti.

I titolari non trovano altra soluzione che mandare a casa quasi tutto il personale.

Senza libri, senza contributi, senza paga, senza nulla.

Anche Tina è invitata a lasciare il lavoro.

Per lei  è pronta un'altra spiegazione, da non credere.

E' arrivata in ritardo in fabbrica perché aveva partecipato al funerale di Michele e con questo pretesto viene liquidata.

La storia di Tina, riportata dai media, risalta agli occhi dell'opinione pubblica.

Seguono interrogazioni parlamentari da tutti gli schieramenti politici, dal PCI al MSI, oltre al PSI.
La vicenda, incredibile, riesce ad unire anche nell'aula parlamentare, le diverse anime del nostro paese.

I proprietari della fabbrica "FERNA" di Parabiago, si pentono, e non poco, per la piega che prendono gli eventi.

Non si contano i controlli e gli accertamenti sulla proprietà.

Viene a galla l'altra Italia, quella dei furbetti del lavoro nero, dei tanti "Signor Brambilla" che con le loro fabbrichette usano il personale a loro comodo e piacimento.
Grazie a Tina e al suo dolore, iniziarono a saltare fuori gli scheletri dall'armadio del terziario italiano.

Anche questa era l'Italia degli anni ottanta.