martedì 7 novembre 2017

MICHELE LANESE- LA STORIA DEL "PASOLINI " TORRESE, A 31 ANNI DALLA TRAGICA MORTE.

Michele Lanese


Oggi Michele Lanese avrebbe 64 anni.
Sono già trascorsi  31 anni dalla sua  morte.
Ne aveva solo 33 quando decise di premere il grilletto di quella maledetta pistola e mettere fine alla sua esistenza.
Scelse di morire cosi, in modo solitario ma eclatante, dopo essersi nascosto nel garage dei genitori, in via Gino Alfani, dove viveva assieme a loro ed a una sorella.
Non era rientrato a casa quella notte.
Aveva deciso di dire addio alla vita in quel modo tragico.
Il padre lo ritrovò la mattina successiva, dopo una notte di ricerche.
Ma chi era Michele Lanese?
Ai giovani poco o nulla potrà dire il suo nome, anche perchè sulla sua vicenda è sempre caduto un velo di silenzio, di mistero, quasi come fosse stato un fastidio parlarne.
Non ho avuto mai occasione di conoscerlo, i dieci anni di differenza che ho con lui sono un'eternità nella storia di Torre Annunziata.
Quelli come lui, nativi  tra il Cinquanta e il Sessanta hanno lottato, con tutte le loro forze e con ogni mezzo, per ottenere dignità e lavoro in una società intenta a salvaguardare e dividersi poltrone e potere, in combutta con la camorra.
Erano gli anni in cui migliaia di disoccupati si erano riuniti in movimenti organizzati, alla disperata ricerca di una occasione di riscatto.

Gli altri, politici e truffaldini, si erano riuniti in associazioni a delinquere.
Molti di loro erano contrabbandieri di sigarette, "mestiere" ormai praticamente sul viale del tramonto a causa dei nuovi traffici, armi e droga,  che andarono ad aumentare il fatturato dei clan della zona. 
Tanti cercarono di fermarsi prima dell'irreparabile, aggrappandosi a quell'ancora di salvezza, rappresentata dal posto di lavoro ottenuto tramite lotta.
Furono premiati.
Arrivò la legge 285, firmata da Tina Anselmi, per spezzare quel record negativo di disoccupazione giovanile e inserire nel meccanismo lavorativo migliaia di giovani, togliendoli dalle strade in cui già scorreva sangue di morti ammazzati.
Torre Annunziata venne molto avvantaggiata da questa situazione.
Michele, già allora, poco piu' che ventenne, era uno dei capi del movimento.
Iniziò a lavorare, assunto come impiegato dell'assessorato alla cultura.


Il suo impegno, politico e sindacale, continuava ad essere continuo ed incessante, nonostante il nuovo lavoro.
Proprio in quel periodo ottenne una carica molto prestigiosa, diventando segretario della Cgil di Torre Annunziata.
Negli anni Ottanta a Torre Annunziata, piu' di altre zone limitrofe, imperversavano droga ed eroina  in quantità enorme.
Erano tanti, troppi, i giovani eroinomani e tossicodipendenti entrati e mai piu' usciti da quel tunnel mortale.
Michele scelse di lottare con loro, era a fianco di questa gente, si sentiva parte di loro.
Ma era una lotta impari, troppo potere e soldi sporchi circolavano nel nostro territorio.
Iniziarono anche le guerre di clan.
La piu' clamorosa, agosto 1984, la strage di Sant'Alessandro.
Otto morti e una quindicina di feriti, la mattanza tra le strade cittadine, Torre Annunziata sulle prime pagine e sui servizi giornalistici di tutto il mondo.
Per diversi giorni, mesi.

Forse ancora oggi qualcuno si ricorda di noi per quella giornata.
Assemblee e dibattiti per interrogarsi sul perchè di quella strage, si susseguirono nel paese.
Durante una di queste assemblee, Michele chiese di parlare.
E parlò.
Denunciò le ingerenze della criminalità in seno all'apparato politico cittadino, le infiltrazioni camorristiche ormai arrivate ad inquinare la giunta comunale.
Qualche giorno dopo, queste gravissime accuse vennero ripetute in una intervista al Tg1.
Michele scoperchiò il vaso di Pandora, diventando per l'opinione pubblica "il sindacalista d'assalto".
Trascorse un anno in trincea, lottando anche contro le prime minacce camorristiche che gli arrivarono direttamente in prima persona.
Poi, l'anno dopo, un'altra tragedia.
Arrivò l'omicidio di Giancarlo Siani, settembre 1985.
La morte dell'amico giornalista rese Michele ancora piu' agguerrito nei confronti della politica locale.
In una infuocata conferenza stampa, Michele Lanese chiese l'arrivo della Commissione Antimafia per valutare l'operato della giunta, innescando una fortissima polemica con il sindaco Beniamino Verdezza, reo, secondo Michele , di non aver mai parlato di "omicidio di camorra".
Verdezza si difese, rispose che non poteva generalizzare e buttare fango sull'intera comunità.
Forse, da lì in poi, per Michele iniziò una pausa di riflessione, dovuto anche ad un precario stato di salute.
In un servizio giornalistico del Tg1, a seguito dell'omicidio Siani, questa volta scappò davanti alla telecamera, accusando:
"Ve lo avevo detto che sarebbe finita così!"
Si rifugiò  nei suoi versi, espressi in poesie, che faceva leggere ai suoi vecchi amici.
Tra queste poesie, una dal titolo:" Me ne andrò in autunno".
Un segnale di cupa premonizione.
Era la poesia che venne stampata sui manifesti che fiancheggiarono quelli della sua morte.

Per ricordare la storia di Michele.
Forse era il saluto che voleva fare alla sua amata/odiata città.
Da allora, su Michele Lanese scese l'oblio.
Era un personaggio "scomodo", raramente ho letto qualche articolo sulla sua figura e sulle sue lotte.
Solo in pochi, nel corso di questi decenni, hanno avuto un ricordo, un pensiero, una frase per ricordare la sua esistenza.
Michele avrebbe meritato maggiore e migliore considerazione.
Spesso, nella nostra città, queste persone sono le piu' vere, sincere e sensibili e solo grazie al loro impegno, nel civile e nel sociale, si sono raggiunti risultati che hanno cambiato il destino di una intera generazione.


Michele era una di queste persone.

R.I.P.

Scusami se ho raccontato di te anche se non ti ho mai conosciuto.
Ho provato a farlo  attraverso frasi riportare da trafiletti e ritagli di giornali che conserverò sempre con me.

Ciao Michele Lanese.